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C’erano delle volte in cui sembrava che tutti i muri cadessero, e si trasformava in una sorta di spugna. Assorbiva quello che la circondava. Grande gioia o grande tormento; tumulto o quiete; pensieri rosei o nereggianti. Forse dipendeva da un’infanzia passata ad annusare gli altrui umori, temendo sempre la latente e imprevedibile tempesta. C’erano dei momenti in cui si sentiva quasi soccombere a ciò che la circondava. Lottava, ma era come se il mondo intero potesse entrare nella sua sfera più intima, stravolgendola. Ci entravano gli affascinanti colori del tramonto così come ci entravano le brume dell’inverno. Ci entravano i paesaggi maestosi così come le brutture urbane. Ci entrava il cinguettio dei passeri, il suonare armonioso e quasi commovente delle campane. Ma ci entravano anche le grida, le frasi sgarbate, i clacson, lo sferragliare dei tram. Tutto entrava, si mischiava a lei, diventava in un certo senso lei. In quei momenti, positivi o negativi che fossero, sentiva il bisogno di andare fino in fondo. Se era sfiorata dall’armonia, ci si immergeva il più possibile, avvolgendosi già della struggente malinconia di una felicità troppo perfetta per durare. Se invece erano le nubi a passarle accanto, con un moto incontrollabile si tuffava nel turbine, si faceva trasportare, contribuiva anzi a dare nuovo impeto al caos. Lasciava che tutta la nascosta decadenza emergesse con forza dai luoghi più reconditi. Risaliva in superficie l’immagine di sé stessa vestita di nero, lo sguardo ostile, una ragazzina piena di odio, e amore, e odio, e amore. Talvolta usciva di casa senza una meta – quando quel tumulto era qualcosa di nuovo e incontrollabile. Prima si vestiva con tutto ciò che aveva di più oscuro. Oscure sottovesti a strati sotto oscuri maglioni, oscuro trucco malmesso d’inesperienza, oscuri pensieri che le ombreggiavano il volto. Usciva – oscura musica nelle orecchie, quando ancora si ascoltavano i nastri semidistorti dal troppo uso. Oscurità, oscurità, oscurità. Era inverno e tutto era grigio, nel modo in cui può esserlo una città della Pianura Padana. Era tutto buio, anche in pieno giorno. La lucidità faceva male e bisognava annullarla. Si poteva ricercare la facile ebbrezza, ci si poteva accoccolare negli androni a rollare una canna clandestina, si potevano conoscere persone a caso, farsi trasportare da labili dialoghi. Oscurità, oscurità, oscurità. Scintillavano solo le vetrine dei negozi in quella città-bene. Scintillavano solo le luci delle ciminiere in quella città-prigione. Lugubre il richiamo del faro nei giorni di nebbia. Lugubri le pinete gocciolanti di angoscia. Le altalene erano bagnate, se solo provavi a sederti, e sulle panchine crescevano inespressivi funghi del legno. I rovi ti si impigliavano addosso mentre cercavi di allontanarti dai rumori e dalle luci. Tutto inutile. La natura era angusta, gli occhi di una piccola città erano vigili. Ancora peggio gli occhi di un piccolo paese alle porte di una piccola città. Non si poteva neppure decentemente star male, in un posto del genere. E poi arrivava anche l’estate. Era qualcosa di incontrollabile. Prima si saliva sui tetti abbandonati degli stabilimenti balneari, a fumare una sigaretta clandestina e malinconica, di fronte al mare greve di grigiore. Poi, d’un tratto, le spiagge si riempivano. I gabbiani volavano via con astio, arrivavano i bambini. Arrivavano i ragazzini con gli scooter. Cadevano di dosso i maglioni oscuri, si scioglieva il trucco oscuro, si spegneva il walkman e si ascoltavano le hit stupide della riviera. Era caldo. Il sole splendeva innocente senza neppure giustificarsi per la sua lunga assenza. Splendeva e cacciava via le brume, e la nebbia poteva al massimo nascondersi nei fossi, in attesa di riprendere possesso di quelle strane terre. Terre duali, terribili per anime permeabili. Terre meste e scanzonate, terre assuefatte e ribelli, natura addomesticata ma mai sottomessa, patria di luci e di ombre, di olezzi e profumi, di abitudine e imprevedibilità. E così via da quella terra, trasportata in un luogo più duro, con più occhi, con meno androni, sparuti gli alberi, velenosa l’aria, ricercava l’anelito di un vento di montagna, lo splendore di una fioritura primaverile, qualcosa per cui valesse la pena cambiare bruscamente umore, uscire dall’oscurità, almeno per qualche momento.

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