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Sferragliavano tremendamente

i tram di Porta Genova

mentre camminavo

e l’aria fredda era già fresca

e la luna occhieggiava in un cielo

che non voleva più dirsi d’inverno.

Camminavo, veloce, spediti

i passi delle mie scarpe eleganti

da discount

la rigidità del cappotto di lana

la rigidità della camicia di cotone

il desiderio di essere qui,

dove sono ora

la musica, la decadenza, lo schermo pallido

sul mio pallido viso

sulla mia pallida mente

che nella stanchezza e nell’oblio

produce parole & pensieri.

Il domani già qui,

il mio futuro alle spalle

perché del passato si nutre.

Le gocce nella borsa,

gocce di pazienza, di calma, di entusiasmo.

Gocce di perseveranza

per far fronte alla ricchezza che mi circonda

e che mi lascia stranita.

Cara catastrofe che mi sfiori e mi accarezzi,

cara catastrofe della mia generazione,

che tenta di fare la rivoluzione

con in mano un bicchiere di vino,

con la testa piena di sogni irrealizzabili.

Sogni che ci dissero

avremmo afferrato con la mano,

bastava coglierli.

Sogni che ci dicono

ora sono lontani, residuato di un’altra era.

Sogni che ci dicono,

erano atto d’ingenuità e di fede.

Sogni che ci salutano,

mentre l’ascensore va al nono piano,

e di lì contemplo distese di cemento, di noia, di sopraffazione.

Sogni che si sciolgono,

come una dose di pastis nell’acqua ghiacciata.

 

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