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Dove si parla di una generazione senza patria, senza collocazione, senza sicurezza. Con sogni in tasca e idee in testa.

Un tempo c’era la comunità. Vuol dire che si nasceva all’interno di un gruppo familiare solitamente ampio e consolidato; che si cresceva in un orizzonte territoriale più o meno definito e delimitato; che all’interno di questo sistema famiglia-territorio si stabilivano relazioni umane e sociali improntate, ancora una volta, a una certa solidità. Il rapporto mezzadro-proprietario terriero, lavoratore-padrone (e già sull’uso di questo termine si potrebbero scrivere pagine intere), militante-partito era spesso parte di un’eredità intergenerazionale. I figli diventavano come i padri che a loro volta erano diventati come i nonni, e così via indietro. Certo, le eccezioni non sono mai mancate. Migrazioni dettate dalla povertà, dalla ricerca di un maggiore benessere – soprattutto laddove, dopo la seconda guerra mondiale, pareva dovesse esserci un pezzettino di torta per chiunque fosse disposto a lavorare duro – o semplicemente individui capaci di fare un balzo, di staccarsi dalle contingenti condizioni di nascita per ritagliarsi un posto nel mondo che, nell’ordine naturale delle cose, mai sarebbe spettato loro. In ogni caso, la mobilità sociale era fortemente ridotta, e molto probabilmente presto tornerà a esserlo. Sta già tornando ad esserlo sotto i nostri occhi, a dire il vero. Ma nel frattempo si è aperta una strana parentesi, si sono create condizioni peculiari e irripetibili, ed è qui che noi siamo germogliati. Ed è anche qui che corriamo il rischio di appassire, se non si affrontano certe contraddizioni.

Noi siamo nati in un decennio di opulenza, i ruggenti anni ’80. Un decennio, che a guardarsi indietro, un po’ intenerisce e un po’ spaventa. Spaventa perché è lì che si radica quell’individualismo nato in fin dei conti proprio con lo scontro generazionale del ventennio precedente. Nel ’68 veniva messa in discussione l’Autorità in tutte le forme, si celebrava l’anelito alla libertà, e poi abbiamo visto cosa è successo. Certo, culturalmente e socialmente c’è stato un indiscutibile rinnovamento. Impossibile notare, però, come chi contestasse l’Autorità la stia oggi saldamente tenendo in pugno.
E comunque, negli Ottanta, mentre gli ex sessantottini riempivano cattedre, dirigenze di partito, consigli di amministrazione e gruppi di interesse, noi si nasceva. E si viveva in un mondo di leggings lucidi, di Clarks, di ottimismo esistenziale, di tute in acetato, di musica quasi tutta inascoltabile. Il futuro non poteva che essere radioso. L’operaio pensava con orgoglio al figlio che sarebbe stato dottore, il figlio ancora non pensava a niente e assisteva a cose ancora non completamente comprensibili, come la caduta del Muro di Berlino e la fine della contrapposizione ideologica che aveva caratterizzato lo scenario politico per oltre quattro decadi. Che bello, è finita la Guerra Fredda, non moriremo nell’Olocausto nucleare, siamo tutti molto contenti. Un’epoca di grandi speranze e altisonanti promesse. Se non che i prodromi della devastazione erano già tutti lì.

Per esempio, l’appiattimento culturale e politico, il farsi strada in maniera sempre più invasiva di un pensiero unico basato su un modello di capitalismo e liberismo economico che non trovava più ostacoli. Mentre la prima repubblica crollava travolta dagli scandali e dalla corruzione, ancora non ci rendevamo conto di cosa ci attendeva. Occorre cambiare perché tutto resti uguale, lo si trovava scritto già in pagine di letteratura ben più datate. E così tutto è cambiato, e tutto è rimasto uguale. O forse no. Forse, nella generale distrazione, l’attacco a quelli che sembravano diritti acquisiti ha iniziato a farsi strada. Eravamo ancora pischelli quando la legge Treu ha introdotto il precariato, e negli anni dell’adolescenza abbiamo visto sorgere le prime agenzie interinali. Siamo scesi in piazza a difesa della scuola pubblica, ci siamo imbestialiti per le guerre nei Balcani e per il paradosso umanitario, ci siamo resi conto che l’11 settembre sarebbe stato uno spartiacque dirompente.

E così eccoci all’inizio del nuovo millennio, quando già tutta la nostra generazione è online. Ma con una differenza rispetto a chi veniva prima e a chi sarebbe venuto dopo. Ci siamo fatti le ossa sui primi Amiga, abbiamo provato a farci amico l’ostico MS-DOS, ci siamo avventurati con sollievo nel più interpretabile Windows. Ma nel frattempo abbiamo studiato sui libri. Siamo stati capaci di concentrarci su testi lunghi e complessi, e non abbiamo raccolto tutte le informazioni su Wikipedia per poi sfornare indegni cut&paste. Internet era uno strumento aggiuntivo, non l’unica fonte da consultare per conoscere il mondo. E le biblioteche avevano ancora un valore, e i più folli di noi si leggevano i mattoni di Bakunin, di Proudhon e di Marx senza andare in cerca di edizioni ridotte. Sarà per questo che, ancora oggi, abbiamo il gusto e il valore della complessità.

Nel frattempo si era parlato sempre più diffusamente di questa fantomatica Comunità Europea, e ci si è preparati all’adozione dell’Euro. All’epoca io teorizzavo l’Euroanarchia, ovvero pensavo che l’integrazione meramente economica, senza presupposti politici stabili e condivisi, sarebbe stata la nostra rovina. Magari non è andata proprio così, ma quei presupposti politici ancora oggi stentano a decollare. E di fronte alle grandi sfide internazionali, spesso ci ritroviamo a claudicare e a parlare in una sorta di discordante coro. Ma l’Europa non era solo Euro, per fortuna. Era anche la possibilità di prendere parte, fin dalle scuole superiori, ai primi scambi internazionali. Fra liceo, università e periodo postuniversitario, in tanti sono partiti. Piano piano si è fatta strada un’identità a strati. Identità territoriale, nazionale ed europea si sono sovrapposte. Anzi, siamo arrivati a essere talmente internazionali da sfiorare lo stato di apolidi. Che è una condizione più mentale che oggettiva.

Inizi ad avere amici in tutta Europa, se sei fortunato in tutto il mondo. Ti rendi conto che essere nati qui piuttosto che là non è altro che un caso, che le affinità si misurano su altri parametri. E pensi che potresti benissimo vivere altrove, che la diversità sia un valore aggiunto e non un problema.

Ma eccoci arrivati al momento di soppesare quello che siamo. Siamo i figli di genitori che credevano in noi e che, nella maggior parte dei casi, non hanno avuto le nostre opportunità. Ora dobbiamo spiegar loro che una laurea non apre più le porte dell’alta società, che l’istruzione universitaria di massa è un sotterfugio per posticipare l’ingresso nel mercato del lavoro. Dobbiamo anche dirgli che i sogni di gloria che hanno colonizzato le nostre giovani menti s’infrangono un giorno dopo l’altro. Che non sappiamo che ne sarà di noi fra qualche mese, intrappolati come siamo in contratti a progetto e collaborazioni a titolo quasi gratuito.

L’incertezza ci avvolge. Le nostre relazioni sono incerte, interrotte da partenze e ritorni. Le nostre idee sono pure incerte, perché devono adattarsi a una realtà costantemente mutevole. I nostri progetti altro non sono che un acrobatico confronto con le condizioni date. E’ uno stato di costante emergenza esistenziale.

Solo che. Solo che quest’emergenza è un’altra di quelle cose che ti pervade profondamente. Basta un soffio di stabilità a piombarti in uno stato confusionale. Come? Fermarsi? Proprio qui? Perché? E’ l’opzione migliore? Non potrei andare all’estero? Consultare un bando? Esplorare nuovi settori professionali e di formazione?

Dopo l’infanzia dorata degli anni ’80, i tanti anni di studio, l’idea che bastava essere bravi per farcela e avere in mano il mondo; dopo esserci sentiti dire che nessuno è mai stato fortunato quanto noi, che nessuno ha avuto così tante opportunità, che dire?

Abbiamo perso la comunità e, troppo spesso, la solidarietà. Ci sentiamo solitari Don Quijote contro immani mulini a vento. E il vento soffia sempre, e ci scompiglia i capelli e i pensieri. La brezza porta l’odore di paesi lontani che ci invitano con l’incanto dell’ignoto. Partire? Restare? Adattarsi? Continuare a sognare? Ho paura che queste domande, noi, ce le faremo per il resto della nostra vita.

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2 thoughts on “Cosa abbiamo guadagnato, e cosa abbiamo perso

  1. Bellissima descrizione dello stato di emergenza esistenziale.

    Non è diverso per chi parte (te lo dico per esperienza): anche altrove, dove odori colori sapori umori e persone sono (un po’) diversi, resta quell’inquietudine di fondo che non abbandona mai. Resta quel retrogusto amarognolo di essere stati brutalmente “fregati” e illusi che, appunto, l’eccellenza negli studi sarebbe stata la chiave per una luminosa carriera dove avremmo potuto mettere a frutto l’investimento di anni, energie e passione.

    Non so, forse ai coetanei dedicatisi alle scienze esatte va meglio: a noi, che ingenuamente abbiamo optato per le scienze umane, affascinati dalla complessità di una natura, quella umana appunto, che non sembra seguire formulari di nessun tipo, siamo qui, a scontrarci con un profondo senso di disillusione e di cocente delusione. Siamo qui a scontrarci con la frustrazione di tante “call for applications” cui abbiamo risposto invano, di tanti cv inviati e ignorati. Siamo qui a scontrarci con chi ci dice che chi si contenta gode, e che dobbiamo essere grati di quel misero lavoretto che a fatica ci siamo in qualche modo procurati, noi, implumi “overqualified”.

    Così vero: la mancanza della comunità, tutela psicologica ed affettiva, ci fa sentire “diversi”, spaesati a volte, sempre in bilico, senza radici se non nei valori in cui crediamo.
    Sapere che c’è qualcuno con cui condividere queste sensazioni, sia pure attraverso le pagine digitali di un blog, fa sentire un po’ meglio.
    Grazie!

    • Grazie mille per il commento…fa bene sapere, come dici tu, che queste sensazioni sono condivise e che non si è soli con l’emergenza esistenziale!
      Ne approfitto per scriverti una mail…ho una mezza idea di fare un giro dalla “tue” parti questa estate 😉

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