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Arrivi all’una e mezza di domenica notte, e quindi è già lunedì, e ti rendi conto di quanto ti vadano strette le solite categorie weekend-fine settimana, tanto per cominciare.

Perché è adesso che arriva la voglia di scrivere, di battere veloce sulla tastiera ascoltando la musica. Mentre fuori l’ennesimo acquazzone deturpa maggio. Certo la voglia non può venire nei meandri dei giorni colmi di elenchi da spuntare. La voglia può arrivare solo dopo un’ispirazione, e quando non si è ottenebrati dalla fretta.

E’ tardi e stendi i panni e li annusi, perché alla fine quel naso dalla forma strana, che rimanda al nord Africa, qualche soddisfazione te la porta. Annusi i panni puliti, mentre li stendi e mentre sistemi quelli che ti si erano accumulati sul letto. Annusi anche il giubbotto che hai messo oggi per andare in palestra. Quello che profuma ancora di fuoco. C’era un’epoca nella tua vita, in cui stendevi i panni davanti alla stufa o al camino, e il risultato era un odore che ti riempiva le narici di piacere. Un meraviglioso, caldo profumo di affumicato-pulito. Quel profumo che hai risentito in Sardegna, quando tutto era tornato ancora una volta all’essenziale. Probabilmente adesso, nel mezzo della notte fresca e forse in qualche modo non compromessa, avresti voglia di tornare all’essenziale.

Pensi anche, dopo aver visto il Grande Gatsby, che il problema della grandezza è uno di quelli da non prendere sottogamba. Ma è rimasto qualcosa di grande? Oppure tutto ciò per il quale valeva la pena emozionarsi è davvero tutto, inesorabilmente, alle spalle?

Non sono interrogativi da poco, quando hai l’età dei protagonisti e vivi niente meno che 90 anni dopo. Eppure quella storia ti tocca, così come toccano tutte le storie che hanno a che fare con l’intimità umana, quella cosa che i grandi cambiamenti intercorsi da quell’era così lontana non hanno forse potuto intaccare.

Pensi a come la superficialità ti attanagli. Credere superficialmente a qualcosa, passare tempo superficialmente con qualcuno, e superficialmente discorrere, e superficialmente essere contenti. Superficialmente. Superficialmente.

Cosa c’è dunque di grande e profondo? Tremendamente poco. Persino le sensazioni negative sono lì che sfiorano le pelle. Si infiltrano, deteriorano, ma senza provocare quasi mai un intenso dolore. Quello, almeno, avrebbe la sua dignità. No, si manifestano sottotraccia, insidiosamente.

Perciò di davvero impressionante restano solo frammenti e sensazioni. Fuori da ogni filtro e da ogni ragionamento. Può essere, appunto, un odore che amo. Un riflesso di luna, una stella o una sfumatura del cielo. Un paesaggio. Un’ombra. E’ molto più facile che mi impressioni la natura muta, che una persona. C’è del male in questo? C’è qualcosa di sbagliato nell’apprezzare la solitudine e nel sentire che i canali percettivi a volte spalancano un abisso di emozioni e pensieri?

C’è qualcosa di grande, c’è qualcuno di grande, là fuori? Me lo chiedo indulgendo, colpevolmente ma con piacere, nel mio amore per la decadenza e il declino. Perché è bello fare mille cose, e non crogiolarsi nell’ozio, e vivere intensamente. Ma intanto lì dentro batte quella fiammella di stranezza, che ti fa avere pensieri non consoni, e immaginare una vita dove si possa soltanto scrivere, e pensare, e aprire gli occhi sopra a ciò che di bello e unico resta in questo mondo.

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