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Ho finito la seconda serie di 13, Thirteeen Reasons Why, Una serie che ho trovato molto bella, dolorosa e in qualche modo necessaria. Non sono un’adolescente, lo sono stata milioni di anni fa. E sì, ora ne sono davvero felice. Perché non so come avrei affrontato il fatto di essere adolescente oggi, in questo mondo.

Forse ve l’ho già raccontato, forse no, ma alle scuole medie ero una sorta di dissociata totale. Mi facevano paura gli altri e quando arrivavo a scuola, al mattino presto, mi mettevo in un angolo e avevo soggezione a parlare con le persone. I miei compagni mi spaventavano, non sapevo cosa dire, mi sentivo profondamente inadeguata.

Non so quanto questa cosa fosse percettibile. Devo dire che nessuno mi ha mai fatto sentire peggio di quanto già mi sentissi io. Prendendomi in giro o emarginandomi, per esempio. No, tutto sommato sono stata davvero fortunata. Mi sentivo completamente fuori posto e vivevo male quel passaggio fra infanzia e adolescenza, ma nessuno è mai stato cattivo o prevaricatore nei miei confronti. Però, come ho detto, avevo difficoltà relazionali. E nonostante in quegli anni siano nate anche bellissime amicizie – e questo mi ha fatto ridere e divertire e mi ha fatto sentire accettata – se dovessi tracciare un bilancio direi che non vedevo l’ora di sbarazzarmi di quella versione di me.

E sapete qual è stata la cosa bella? Che ho potuto. Quando sono arrivata al liceo mi sentivo un’altra e ho potuto giocare un altro ruolo. Ridisegnare quella me stessa che non mi piaceva, anno dopo anno.

Ho sbagliato, ho fatto dei casini, delle puttanate necessarie a definire i confini di quella ragazza che stava prendendo forma. Non mi sono mai fatta (troppo) male perché ho sempre avuto amor proprio. Da dove arrivi questo amor proprio ancora non lo so, è una storia troppo lunga per essere raccontata adesso.

Ma una cosa è chiara: essere adolescente oggi è incredibilmente più complesso rispetto a un paio di decenni fa. Potevamo compiere degli errori, ma non ne restava traccia perenne. Potevamo essere oggetto di chiacchiere, ma anche quelle non uscivano da una cerchia tutto sommato ristretta. C’erano le scritte con gli uniposca, ma diciamolo: quanto ci voleva a cancellarle? Il bullismo c’è sempre stato, non lo nego. Ma non era così pervasivo, non seguiva le persone dentro le mura di casa, non le perseguitava ovunque fossero perché sempre accompagnate da uno smartphone.

Ho finito questa serie e mi sento addolorata per i ragazzi di oggi. Non posso saperlo con certezza, ma credo che molti vivano quello stesso tumulto che tutti noi abbiamo vissuto. Solo che lo fanno in un mondo molto meno comprensivo e sicuro. Auguri, ragazzi.

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