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Da qualche tempo si parla molto di alternanza scuola lavoro. Si tratta di una opportunità per i ragazzi oppure di uno strumento di sfruttamento?

Istintivamente sarei portata a pensare che ogni occasione per avvicinare i ragazzi al mondo del lavoro sia positiva. Ma la questione non è così semplice e così oggi ho deciso di soffermarmi sulla tematica e di capire se e quando questa opportunità si stia trasformando in qualcosa di diverso.

Faccio una breve premessa. Ho iniziato a lavorare molto giovane, un po’ perché dalle mie parti “si usa” (ora non so, vent’anni sicuramente sì) fare la stagione estiva, un po’ anche perché qualche soldo in più non avrebbe guastato. I miei genitori hanno sempre fatto il possibile per soddisfare le mie richieste. Ma quando ero adolescente hanno stretto la cinghia: volevo CD, vestiti, soldi per uscire…tutte cose normali che però pesavano un po’ troppo sul bilancio familiare.

Così ho fatto la cameriera, la barista, la distributrice di volantini e l’operatrice dell’ufficio turistico (uno dei lavori meglio pagati della mia vita, ma ci tornerò dopo). Ho guadagnato tanto, per quella che era la mia percezione: certi lavori erano più remunerativi, altri meno, ma comunque lavorando qualche mese avevo risorse per tutto l’anno.

Cosa mi hanno insegnato queste esperienze?

  • Fare volantinaggio nelle buchette non mi ha insegnato niente (fra l’altro avevo paura dei cani dietro ai cancelli delle villette e delle persone che giustamente mi insultavano quando suonavo per farmi aprire la porta dei condomini)
  • Fare la cameriera mi ha insegnato a sopportare la fatica (non ci credete? fate il turno di pranzo e poi anche quello di sera con una temperatura di 35°, poi mi saprete dire), a cercare di servire al meglio il cliente, e in prospettiva e rispettare tutti quelli che svolgono questa mansione: perché è un lavoro difficile, complesso e ricco di sfumature
  • Fare la barista mi ha insegnato a fare il cappuccino, spillare birre e inventare cocktails discutibili, ma soprattutto a relazionarmi con le persone e ritagliarmi il mio spazio in un ambiente sconosciuto
  • Fare l’operatrice dell’ufficio turistico mi ha permesso di esercitare l’uso delle lingue straniere, utilizzare meglio i gestionali informatici, imparare a relazionarmi con gli albergatori e ristoratori locali

Tolto il volantinaggio (che infatti ho abbandonato dopo due mesi anche perché già all’epoca non si guadagnava praticamente nulla) tutte le altre esperienze mi hanno lasciato qualcosa. Non sempre era piacevole lavorare, e mi rendo conto (oggi) di quanto fossi giovane e immatura. Ma ero comunque “parte della squadra”: responsabile e responsabilizzata. 

Quindi, secondo me, lavorare da giovani è una cosa utilissima e formativa, un grande acceleratore di crescita personale (anche se sul momento ammetto che avrei preferito oziare in spiaggia).

E quindi, se mi chiedete: i giovani devono poter avvicinarsi al mondo del lavoro? Io vi dico sì. Però poi ragioniamo sul come, ed è qui che “casca” l’alternanza scuola lavoro.

Volevo fare una bellissima infografica ma oggi sono pigra, per cui beccatevi questa schifezza:schema alternanza scuola lavoro

L’idea è piuttosto semplice.

Se stai facendo un’esperienza in linea coi tuoi studi, sei adeguatamente formato e seguito, non servi a sostituire lavoratori pagati e stai acquisendo competenze (fossero anche “soft skills”), allora tutto bene.

Se però ti mettono a fare fotocopie o friggere patatine, allora stanno travisando completamente quello che dovrebbe essere l’obiettivo dell’alternanza (non a caso il sito dedicato afferma che l’alternanza è finalizzata ad offrire agli studenti occasioni formative di alto e qualificato profilo). 

E questo almeno per due motivi:

  1. non stai imparando niente di significativo (un po’ come io quando distribuivo volantini)
  2. soprattutto, non sei pagato per fare quello che è un vero e proprio lavoro e non una esperienza qualificante

E riguardo al punto 2, a pensar male verrebbe da dire che in questi casi l’unica “formazione” che si vuole impartire sia quella ad accettare lavori non pagati, come peraltro molti giovani già sono costretti a fare subito dopo gli studi.

Va bene la gavetta, vanno bene i lavori semplici (non c’è vergogna nel servire, nel fare lavori manuali, anzi); ma che si rispetti la dignità delle persone e che le si paghi, se le mansioni sono semplici e assimilabili a quelle dei lavoratori. E non si cerchi di giustificare alcuni brutti episodi di sfruttamento: si otterrebbe solo di screditare un’iniziativa che sicuramente ha del buono e che potrebbe davvero diventare un ponte fra scuola e mondo del lavoro.

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