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Credo ci sia un momento, nella vita di ognuna di noi, in cui ci siamo accorte che ci spettava qualcosa in meno dei nostri fratelli o amici maschi. In principio ci sentivamo complete, ma poi è arrivato un episodio, un avvenimento, che ci ha fatto capire che per noi le cose sarebbero state più difficili.

Per me c’è voluto parecchio tempo, nonostante le differenze di genere fossero piuttosto marcate a casa mia: madre casalinga (salvo alcuni periodi di lavoro saltuario) e padre lavoratore, con ciò che ne consegue in termini di suddivisione dei lavori domestici. Ma quando si trattava di me, i miei genitori erano entrambi disponibili e presenti, e li ho sempre visti confrontarsi (e scontrarsi) in modo tutto sommato paritario. Da bambina, insomma, non mi ponevo tante domande sul ruolo dell’uomo e della donna nella società.

Poi sono cresciuta, ho iniziato a capire quanto siano complicati i rapporti fra i due sessi, a partire dalle dinamiche a scuola. Atteggiamenti di bambini che, in qualche modo, scimmiottavano quelli dei più grandi: maschietti che ti volevano guardare sotto la gonna, e giochi “per maschi” e “per femmine”.

Io di queste cose me ne fregavo abbastanza: mi piaceva giocare a calcio, a pallavolo, andavo a pescare con mio padre, preferivo i Lego alle bambole, e non sono mai stata una di quelle bimbe che adora vestirsi di rosa e accudire il Cicciobello di turno. Anzi, a dirla tutta, indossavo i vestiti smessi di mio cugino e ho avuto un solo bambolotto, che non sbavava neppure né si faceva la pipì addosso.

Poi però qualcosa è successo: avevo 13 anni e volevo il motorino. Discussioni interminabili, a casa. Ora so che i miei erano preoccupati per la mia sicurezza (e avevano ragione, aggiungo col senno di poi) e forse anche per la spesa, perché a casa mia non è mai mancato nulla tranne il superfluo.

Ma ci fu una frase di mio padre che mi gelò il sangue nelle vene:

“Capirei se tu fossi un ragazzo, ma il motorino non è da femmine”.

Forse proprio perché lo amavo così tanto, forse proprio per il profondo rispetto che c’era sempre stato fra noi, forse perché non mi aveva mai fatto sentire di essere “meno” titolata a qualcosa rispetto a un mio ipotetico fratello maschio, quella frase mi scosse alle radici del mio essere.

Capii, in quel momento, che se avessi abbassato la testa tutto sarebbe stato perduto. E perorai la mia causa, con foga, per altre innumerevoli giornate e mesi, spiegando che quella visione paterna era profondamente ingiusta e sbagliata.

Come andò a finire? Un giorno tornai a casa e i miei mi dissero di andare a prendere il cocomero in garage. Ma come, il cocomero in garage? Come ogni adolescente che si rispetti, scesi le scale sbuffando.

Entrai nel garage e lo vidi: rosso fiammante, bellissimo, il mio motorino. Ero talmente incredula che crollai sulle ginocchia (e mi feci malissimo). Avevo vinto. Il motorino era mio. Perché il motorino, non è una cosa solo per i maschi. E non dovrebbero esserlo neppure il rispetto, e i diritti.

Buon 8 marzo 🙂

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