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Sono mesi che le cose scorrono troppo velocemente, almeno per me. A volte ho come l’impressione che scorrano troppo velocemente per tutti. Nessuno ha il tempo di ascoltare, anche se tutti quanti sembrano avere parecchie certezze.

Se quello che percepisco a pelle dovesse essere trasferito in un’immagine, vi direi che quello che vedo è un fiume. Tutto scorre, tutto viene masticato e digerito, avvenimenti eclatanti si susseguono e di volta in volta sembra che si sia perso un pezzettino un più di capacità di analisi. Questo fiume che vedo dal mio punto di osservazione scorre a fianco di altri innumerevoli fiumi.

fiumi

Chiamiamolo fiume Italia. Diciamo che i detriti che scorrono in questo fiume sono: crisi economica, paura del futuro, incertezza occupazionale, perdita di punti di riferimento politici. Ci sono scorie velenose: facile ricerca del capro espiatorio, leader che gettano benzina sul fuoco. Tutto scorre, velocemente.

Poi ci sono altri fiumi, anche quelli pieni di detriti. C’è il fiume Francia con dentro la paura del prossimo attentato; il fiume Gran Bretagna dove si sono disciolte tossine di antieuropeismo e nazionalismo; il fiume Spagna, che ha il colore dell’instabilità politica; il fiume Grecia che scorre nella contraddizione di essere porta d’accesso di un Continente sempre più distante; il fiume Austria con il nuovo insorgere nazionalistico.

Scorrono i fiumi, scorrono.

Tutti quanti arrivano a una foce e si gettano nel mare Europa, un mare che sembra ormai una discarica. La colpa è sempre delll’Europa, dopotutto. E quando il mare diventa brutto, maleodorante e inquinato, a tutti viene voglia di abbandonarlo e andare invece a fare il bagno in piscina.

La falsa sicurezza di un’acqua limpida e azzurra, nuova, lucida di cloro. Nessuno si accorge che in quella piscina ci eravamo già bagnati, anni fa. Nessuno pensa che la piscina non è altro che un bacino artificiale, chiuso, che diventerà presso asfittico. 

Tornano i nazionalismi, torna la voglia di confini, torna il disprezzo per chi ha meno e chiede solo di essere visto. Che poi alla fine è disprezzo per chi non ha avuto la fortuna di nascere in qualche Paese ricco; per chi non ha avuto possibilità di studiare; per chi magari, fin da bambino, ha vissuto fra guerre, carestie, privazioni.

Nella nostra piscina azzurra iniziamo a stare stretti. Guardiamo con invidia la piscina degli altri. Non si starebbe meglio se potessimo avere anche la loro? Forse varrebbe la pena di rivendicare i nostri diritti su altre piscine, e poi su altre ancora.

Ma che orrore! Da una palude malarica, arrivano nuovi bagnanti. I loro costumi non sono nuovi. Il loro taglio di capelli non è alla moda. La loro pelle non è chiara come la nostra. Vogliono il refrigerio della nostra piscina. Bisogna mandarli via: sicuramente ci sporcherebbero la nostra bella piscina azzurra, e poi qui si sta già stretti.

Siamo stretti, no? Anche se siamo sempre più anziani, e stanchi, e le urla dei bambini si sentono di rado. Ma non importa: la piscina è nostra e non accetteremo nessuna invasione.

Non serve dire loro di non venire: arrivano, arrivano. Sono in fuga. La loro palude malarica è infestata, piena di briganti. Il loro territorio è gestito da leader incapaci e autoritari. Poco importa che i briganti abbiano le nostre armi e i leader siano nostri partner commerciali. Ma insomma: che li mandassero via loro, questi briganti e corrotti, se sono capaci! Se non gli va bene, non devono venire qui ma insorgere.

Continuano ad arrivare. Arrivano e chiedono diritti. 

Macché diritti. Non ce n’è per tutti. Anzi, togliamoli anche agli abbonati alla piscina. Mettiamoli gli uni contro gli altri. Diamo a tutti dei coltelli. Facciamo avere loro paura. Mettiamoci a guardare mentre si ammazzano. Mettiamoci a guardare mentre si ammazzano. Nessuno ha più nulla da dire; i fiumi scorrono muti, il mare sta a guardare.

 

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