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Renzi e il discorso sui lavoratori di serie A e di serie B

Sono giorni, per non dire settimane, che assistiamo al dibattito su Jobs Act e articolo 18. Poche ore fa Renzi è riuscito a ottenere un grande consenso alla Direzione del PD sulla sua linea; tuttavia non è ancora dato sapere in che modo, concretamente, la delega Jobs Act si tradurrà alla Camera e al Senato,

Le argomentazioni di Matteo Renzi si concentravano sulla necessità di non avere più un mercato del lavoro duale, composto da “ipergarantiti” e da persone con pochi diritti.

La riforma del lavoro dovrebbe avvenire contestualmente alla riforma del welfare, che dovrebbe prevedere maggiori tutele (indennità di disoccupazione, forse anche reddito minimo di cittadinanza).

Ma concretamente il governo Renzi cosa ha fatto, finora, per ridurre il divario fra lavoratori di serie A e serie B?

Il Governo Renzi è in carica da relativamente poco tempo. Eppure una delle sue principali azioni e una delle più recenti proposte del Presidente Segretario sembrano andare in direzione contraria alla volontà espressa di diminuire le disuguaglianze fra lavoratori.

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I famosi 80 euro in busta paga, per esempio, sono arrivati soltanto a cittadini relativamente fortunati: lavoratori dipendenti o assimilati (quindi anche co co pro) con un reddito compreso fra gli 8500 e i 26 000 euro lordi annui. Per coprire questo bonus occorrono 7 miliardi di euro. Ma con i conti pubblici dissestati e l’Europa che ci tiene sotto osservazione, allocare queste ingenti risorse significa “tirare la coperta corta” verso chi, per lo meno, un lavoro ce l’ha. Restano esclusi non solo i lavoratori in partita IVA (molti dei quali ricorrono a questa forma contrattuale per collocarsi su un mercato che richiede ormai flessibilità al massimo livello) ma anche i tantissimi disoccupati.

Non sarebbe stato più equo e lungimirante allocare quelle risorse alla promozione del lavoro giovanile, con la disoccupazione che ha toccato tassi record per gli under 25? Oppure pensare, appunto, a rafforzare il nostro welfare che rimane drammaticamente carente rispetto ad altri Paesi che hanno sì un mercato del lavoro flessibile, ma anche tutele che costituiscono un antidoto alla esclusione sociale?

Forse si è preferito il bonus perché più facile da comunicare, più spendibile in chiave di consenso. O forse la concezione di welfare del premier è lontana dalle categorie della sinistra?

A me preoccupa il fatto che, negli USA, Renzi abbia detto senza batter ciglio che in Italia la crisi sociale si evita in virtù del fatto che “la famiglia è il welfare italiano”. Mi sembra un’idea arretrata che non coincide con l’immagine di modernità che il Presidente del Consiglio cerca di proiettare in Italia. Al nostro Paese serve un sistema sociale funzionale e al passo coi tempi, altrimenti la tanto invocata flessibilità si tradurrà solo in una ulteriore perdita di potere e protezione della classe lavoratrice italiana.

E la recente proposta di mettere il TFR in busta paga? Taglia fuori i soliti noti: i lavoratori non garantiti, che non possono contare sul trattamento di fine rapporto. E penalizza le PMI, che da anni sono strozzate dalla mancanza di un adeguato credito dal settore bancario.

Sarò un’esponente della vecchia guardia, anche se del PCI ricordo solo la fine (dopotutto, sono nata nell’82). Ma non mi pare che l’abolizione dell’articolo 18 rappresenti un elemento per promuovere l’uguaglianza dei lavoratori, andando oltre le vecchie divisioni fra lavoratori di serie A e di serie B.

Ed entrando nel merito di cose fatte e proposte avanzate, mi viene il dubbio che quella dell’estensione dei diritti a tutti i lavoratori sia soltanto una foglia di fico dietro la quale si nasconde una ulteriore precarizzazione che si abbatterà sui meno garantiti. Quelli che, dopo 7 anni di crisi, hanno sempre meno speranza e sempre meno rappresentanza politica.

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