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lettaMentre scrivo si stanno raccogliendo i dati per le primarie destinate a scegliere i segretari regionali del PD in numerose regioni italiane. I risultati non sono ancora pervenuti, ma una cosa è già evidente: il drammatico calo di numero di votanti rispetto alle primarie precedenti e il “voto di protesta”. A poche ore dalla crisi innescata da Renzi, la cosa non dovrebbe stupire.

Sono anche coloro che avevano sostenuto Renzi (cercherò di evitare espressioni come “renziani”, “civatiani” e “cuperliani” che fanno pensare a tifoserie più che a componenti di un partito) a essere rimasti spiazzati dall’azione del segretario. In queste ore, in effetti, si respira un’aria pesante.

Ci si è resi conto che di nuovo ci sono le accelerazioni, i modi bruschi, lo stile del nuovo segretario. Ma di vecchio ci sono le ambizioni personali, la brutta abitudine di dire una cosa e farne un’altra (ricordate il “con me Letta sarà più forte”?), il fatto di prendere decisioni a scatola chiusa, senza sapere in quale direzione.

Cambiare verso cosa significa? Accettare che all’interno di uno stesso partito si consumi una resa dei conti incomprensibile senza che sia dato sapere in cosa il Governo Renzi sarebbe diverso da quello Letta?

A parte alcune anticipazioni sul tema – importantissimo – dell’occupazione, non si è infatti capito quali sarebbero le priorità del nuovo esecutivo e soprattutto nessuno ci ha spiegato perché mai Alfano dovrebbe assecondare il programma di Renzi.

A giudicare dalla convention NCD di oggi, anzi, Alfano è ben deciso ad alzare la posta in gioco, conscio che nello scenario attuale le elezioni non sono nei progetti né di Renzi, né di Napolitano.

Non ho mai pensato che il Governo Letta fosse il migliore possibile: all’ex Primo Ministro rimprovero di non aver saper dettato l’agenda, di aver accettato di perdere mesi importantissimi su un provvedimento dannoso come quello sull’IMU, di non aver saputo accelerare su alcune riforme fondamentali a partire dalla legge elettorale e dalle revisioni istituzionali.

Allo stesso tempo, però, il governo ha messo in campo provvedimenti per incentivare l’occupazione, per rilanciare l’economia (decreto del Fare), per semplificare la macchina burocratica. Evidentemente è difficile trovare soddisfacenti queste misure, ma prendiamone atto una volta per tutte: gli italiani hanno votato in un certo modo, Grillo è stato indisponibile al dialogo con Bersani, e la strada scelta dal PD – ancorché discutibile, ma se per questo ritengo altrettanto discutibile l’esperienza del Governo Monti –  è stata quella di fare una coalizione con il centrodestra.

Per farla breve: Letta poteva certamente essere stimolato a fare di più, ma non pugnalato alle spalle dal neosegretario.

Il Paese sta sprofondando nel quinto anno continuativo di crisi economica e cosa vede la gente? Un Partito che si cannibalizza. E che poi, ripeto, lo fa a scatola chiusa, senza neppure dirsi perché.

“Bisogna uscire dalla Palude”. Ma che vuol dire, concretamente? Non mi sembra che ora ci troviamo sulla terraferma, ma in un’altra palude dove si parla di totoministri, ovvero di poltrone. So che sono semplificazioni anche piuttosto nette, ma se il problema era quello del rimpasto, lo si poteva fare in maniera corretta e senza grossi contraccolpi.

Il tema è che un intero popolo si è mosso, in questi anni, per fare delle scelte. Prima Bersani segretario, poi Bersani premier. E’ andata come sappiamo, e allora abbiamo incoronato Renzi segretario. Solo che Renzi è finito a fare il Premier, e se Bersani non fosse in convalescenza magari lo reclamerebbero come segretario, a questo punto (parlo per paradossi, ma la situazione è piuttosto paradossale).

Oggi questo popolo in Lombardia si è svegliato sotto un cielo mesto e ha visto le strade umidicce e ha fatto spallucce, pensando “ma chi me lo fa fare, tanto poi alla fine ti rigirano la frittata come vogliono“.

Al di là di tutto, penso che questi avvenimenti ci abbiano portato a perdere il più grande patrimonio che avessimo accumulato in questi mesi: la fiducia, l’entusiasmo, la partecipazione della gente. Ora c’è lo sconforto, la disillusione, e tante persone che hanno deciso di lavarsene le mani delle nostre vicende e delle nostre incomprensibili liturgie, che tornano a ripetersi in forme nuove, ma non certo migliori.

Non dico che questo patrimonio non potremo mai recuperarlo: ormai tutto è così veloce, tutto così mutevole, che può accadere qualsiasi cosa. Ma Renzi deve rendersene conto, e agire responsabilmente per restituire (in fretta) quello che ha portato via alla nostra gente. La speranza di un modo diverso, schietto e pulito, di fare politica.

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