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metro-verdeNon mi capita mai di salire sulla metropolitana così presto. Mentre scendo le scale per entrare nel ventre tiepido ed accogliente della città, vicino a me passa una signora con l’uniforme dell’ATM. E’ assonnatissima, la faccia sbattuta, i capelli malamente racchiusi da una molletta di plastica. Ai piedi indossa ancora delle ciabattine con gli strass, perché fa ancora molto caldo e perché forse si metterà le scarpe chiuse solo una volta arrivata sul posto di lavoro.
Approdo al binario, la metro verde arriva, sferragliando e stridendo come al solito.
Ogni volta penso che nel 2013 tutto questo attrito non possa che essere dovuto a una voglia quasi scenografica di mantenere l’atmosfera dark della Milano anni ’70. Altrimenti non si spiega: nel mondo civile le metropolitane si avvicinano civilmente alle banchine, lasciandosi scappare giusto qualche rumorio di frenata. Qui no: la metro sbuffa, soffre, sembra quasi protestare per dover essere in movimento anche lei, alle 6 del mattino.
Salgo e trovo un posticino a fianco di un signore corpulento che legge il giornale. Una volta seduta, non riesco ad evitare di guardarmi attorno. Ho sempre guardato le persone, con grande sconcerto di mia madre che in una metropoli ci era cresciuta e che lo riteneva scortese, per non dire apertamente pericoloso.
“Basta guardare” mi diceva sulla métro parigina, quando io, bambina di provincia, non potevo fare a meno di fissare le persone di tanti colori e tante fattezze diverse rinchiuse in quelle scatolette di plastica. Venivo da un paesino romagnolo di 2000 anime, e sul finire degli anni ’80 in Italia la parola “multiculturalità” probabilmente non era ancora stata inserita nei dizionari.
In ogni caso, di fronte a me c’è una coppia interessante. Devono avere entrambi fra i 35 e i 40 anni. I lineamenti di lui mi fanno pensare al Sud America. Un bel viso, aperto, con occhi grandi e distanziati. Un’espressione seria e piuttosto statica, mentre il volto di lei è piccolo e mobilissimo. Occhi azzurri, nasino, bocca larga e tante piccole rughe che sono il lascito di un’espressività quasi ininterrotta. Nei pochi minuti che la guardo, riesco a vedere decine di combinazioni emozionali, su quel volto reso bianco e malsano dal neon.
Sì, perché il neon alle sei del mattino ci trasforma tutti, ci fa sembrare dei mezzi zombie, bianchissimi e macilenti.
Nella metro ci sono anche altre persone, naturalmente. Un postino già in uniforme, per esempio: immagino una vita di levatacce, di smistamenti della corrispondenza e di rientri a casa nel primo pomeriggio.
Poi ci sono personaggi di cui sento per prima cosa l’odore. Oggi un sentore di chiuso e di ammuffito ha invaso la carrozza, ma non ho capito da quale parte venisse. Ho immaginato stanze chiuse e buie, vecchie poltrone di velluto sfilacciato e rigorosamente verdastro, mobili che sono passati da tante case e si sono infine arenati in qualche appartamento polveroso di un condominio anni ’60.
Accanto a me si siede un’altra coppia. I due non si parlano, non si guardano, capisci che stanno insieme solo da un piccolo gesto di lei. Appena io mi alzo, lui scivola al mio posto, allontanandosi dalla compagna. Sto scendendo, entro in Stazione Centrale, E alla fine penso che le grandi città non sono fatte da strade, palazzi e monumenti; ma da centinaia di migliaia di persone, ciascuna con la propria piccola, interessantissima e inutile storia.

One thought on “In metropolitana alle 6 del mattino

  1. Sei sempre la solita Doris! Una fra le migliaia, ma con la propria personalta and un acume non indifferente! Mi piace come studi quello che succede attorno a te. Dimostra una sensitivita che non molti hanno e che non sempre e’ un vantaggio facendoti vedere cose che altri ignorano preferendo una vita un po vegetale ma tranquilla. Comunque sono sinceramente contento e orgoglioso di averti come nipote! Un abbraccio da tuo zio!

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