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mascheraMaledetta inconsistenza. Ultimamente me ne sento circondata. Sono inconsistenti le parole che spesso siamo costretti a scambiarci – pure constatazioni di vita reale, oppure futili dispute – sono inconsistenti i dibattiti a cui assistiamo, sono inconsistenti i rapporti umani.

Tutto sembra tremendamente etereo e instabile, fuorché l’inconsistenza stessa. Così a volte ti ritrovi a pensare che non ti rimarrà più niente, forse neppure un cervello senziente. Magari verranno salvati i neuroni che servono a lavorare, ma quelli del dialogo e dell’introspezione andranno a farsi benedire, fatalmente atrofizzati.

Questo penso ormai da tempo. L’aridità è ovunque, anche nei luoghi più inaspettati: all’interno di noi stessi, per esempio. Già, il terreno su cui sorge la nostra personalità è arido, e va concimato se vogliamo evitare di diventare anche noi parte dell’inconsistenza imperante. E alla fine, sebbene ciascuno abbia le sue modalità, credo che la lettura e la scrittura siano per me, in modo inoppugnabile, le uniche plausibili ancore di salvezza.

Ecco perché aspettavo da tempo immemore l’estate. Da quando lavoro, e in maniera crescente, leggere è diventata un’impresa. Non perché abbia dismesso questa passione, tutt’altro: in realtà di leggere ho bisogno forse ancora più di prima. Il problema è la dittatura del tempo. Le giornate passano in un lampo, le sere si perdono via fra riunioni, lavoro e cene, e ci si riduce a letto a orari improbi. Il libro, appena afferrato, diventa un ricettacolo per la testa assonnata. E così ciò che leggevo in una settimana, ora me lo trascino nella migliore delle ipotesi per due o tre. Mi salvano quei meravigliosi intermezzi che di tanto in tanto allietano l’esistenza delle persone nel mondo occidentale: l’estate, appunto, e le feste comandate.

Nelle ultime settimane mi sono dilettata con Sciascia –  A ciascuno il suo, Il Giorno della Civetta e Todo Modo – e poi, dopo avere riletto I Malavoglia, non senza incoscienza mi sono tuffata in un romanzo di 660 pagine in lingua inglese.

Il volumetto colorato, acquistato l’estate scorsa, giaceva da tempo sullo scaffale. “Leggimi”, mi pregava. Ma io: “Siam pazzi? Tu sei un libro straniero, e mi ci vuole il doppio a leggerti. Mettiti in fila, che se ne riparla ad agosto”.

E ad agosto, fedele alla promessa fatta, me lo sono portata in Sicilia. Borbottava, il libro “Cos’è questa storia che mi passano davanti tutti gli scrittori siciliani? Ti par giusto? Finiranno le vacanze senza che tu mi apra”. E invece, a pochi giorni dal ritorno sul continente, l’ho aperto. E il libro mi ha divorata, con quell’effetto fantastico che hanno i romanzi che mi “prendono”: mi sono portata dietro i personaggi per giorni, seguendo le loro vicende e immedesimandomi.

Forse a questo punto dovrei svelare il nome del libro: si chiama Skippy Dies, di Paul Murray. Ho scoperto che è anche stato tradotto in italiano, cosa che mi consentirà di regalarlo a qualche amico.

Naturalmente non entrerò nei dettagli di ciò che racconta. Dirò solo che è triste, sciocco ed eclatante, come la vita. Lascia una speranza in mezzo alle macerie, e fra le altre cose parla anche di quella stessa inconsistenza che tanto pavento. Non la chiama così, ma è un tema ricorrente nel libro. Ricorrente come i sogni che se ne vanno – spariti, o rimpiazzati da altri – le persone che non riusciamo a capire, gli impulsi che non riusciamo a trattenere. E’ un libro vero, pieno di domande e probabilmente con nessuna risposta a parte quella che vorrà metterci il lettore. Ne parlo perché mi ha fatto di nuovo pensare ai massimi sistemi, cosa che ho tralasciato di fare da troppo tempo. E mi ha regalato scorci in cui mi sono dilettata a ragionare su tutta una serie di cose che potranno anche essere catalogate alla voce “viaggi mentali e divagazioni filosofiche”, ma almeno non sono inconsistenti come per esempio il gossip e le previsioni meteo.

Con questo potrei anche aver detto tutto quello che avevo da dire sul tema dell’inconsistenza. Augurando di tutto cuore a me stessa e a voi di riuscire a sfuggire, per quanto possibile, al suo mortale abbraccio.

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2 thoughts on “L’importanza di leggere per uscire dall’inconsistenza

  1. Pingback: Raccontare, resistere, esistere - Doris Zaccaria

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