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le persone vibranoAttenzione, questo è un post intimista. Astenersi amanti della concretezza e delle soluzioni facili. E’ un post dedicato a un mio caro amico, che ovviamente non cito per non metterlo in imbarazzo.

E’ un periodo di velocità estrema. Sto correndo talmente tanto che a volte mi fermo cinque secondi, e in quei cinque secondi mi vengono in mente circa diciottomila cose. Telefonate da fare. SMS a cui non ho risposto. Buoni propositi che non ho mantenuto. Idee che non ho realizzato (ma che si sviluppano indipendentemente dalla mia volontà). Progetti super promettenti ma ancora da finire. Deadline (che già il nome dice tutto). Il romanzo che ho in testa ma porca miseria, non ho il tempo per scriverlo. La musica che voglio ascoltare. I libri che voglio leggere. I concerti a cui voglio andare. I viaggi che vorrei fare. Le persone che vorrei vedere. Ecco. Le persone.

Le persone che vorrei vedere ma anche la solitudine che mi vorrei godere. Perché le persone vibrano. Per lavoro parlo alla gente e trasmetto loro, come posso, conoscenza e idee. Mi hanno detto, facendomi davvero piacere, che riesco a essere empatica. E’ vero, mi piace stabilire contatti. Ma mi piacerebbe anche stare davvero da sola, ogni tanto. E questo non è possibile da una marea di tempo.

Le persone vibrano e non c’è dubbio che emettano un’aura, a seconda di come si sentono. Ci sono volte in cui mi rendo conto di essere una specie di nuvolaccia nera con tanto di fulmini e borbottio di lampi. In quelle circostanze, il mio istinto è quello del temporale. Correre, e scaricare altrove. Cerco di fuggire dalle persone a cui voglio bene e mi allontano anche fisicamente. Se non posso, mi isolo. Divento un tornado che ruota su sé stesso fino a perdere la forza propulsiva in un pianto o nel rituale della scrittura. Torno refolo quieto, e a quel punto posso riaprire le porte e rimettermi al mondo.

Le vibrazioni della gente si mischiano alle vibrazioni dei luoghi. Ci sono isole di malessere tangibile. Capannoni abbandonati e sale scommesse. Strade grigie di periferia e discariche abusive. Ciminiere e vasche di scarico. Tunnel sotterranei di metropolitana all’ora di punta – colori dissonanti, umidità che cola e gente che corre sprizzando fretta e disagio. Strade senza orizzonti e centri commerciali. Qui io mi perdo e mi svuoto. E poi mi riempio di nuovo, ma di quel malessere. Devo fuggire per non farmi sopraffare. Sono fatta di materia porosa, bene o male che sia. E per quanto io ostenti indifferenza, e insofferenza, e distacco, in realtà quasi tutto mi tocca e mi colpisce. Giro nel mondo come un atomo di ricezione. Ma come tutti, anche atomo di proiezione.

La differenza sta tutta lì: nel saperlo. Quando sento di proiettare luce nera, come un animale mi ritiro nella mia tana o nella solitudine di passi senza direzione. Quando sento di avere in me spettri di luce, felice sto con gli altri.

Ma le persone vibrano, e mi esaurisco nella percezione. E così in questo momento la quasi solitudine mi accarezza come un guanto di velluto, morbida, soffice, gradevole. Lenisce la fatica del contatto con gli altri e mi rimette in sesto, pronta a ricominciare a vibrare, e a sentire altrui vibrazioni.

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