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mendicanti a milanoStamattina ci sono stati a Milano i funerali delle vittime di Mada Kabobo: Alessandro Carolè, Ermanno Masini e Davide Carella. Tre persone colpite nelle prime ore del mattino, che probabilmente non avranno neppure avuto il tempo di capire la portata della follia che si stava scatenando contro di loro.

Ho passato diversi giorni a “macinare” su questo fatto di cronaca. Lo trovo terribile, quasi annichilente nella sua assurdità. Ho pensato cose sparse, mescolate ad esperienze mie, perché questi fatti fanno sempre scattare l’immedesimazione e il terrore: e se al loro posto ci fossi stata io?

Nella mia vita ho avuto davvero paura solo poche volte. Una volta sono stata seguita e infastidita a tarda notte, a Bologna. Ho sempre avuto la malsana idea di considerarmi una persona libera e come tale mi sono sempre comportata, tornando a casa sola agli orari meno consoni. Quella volta me la sono cavata correndo dentro all’Ospedale Sant’Orsola e chiedendo aiuto ad alcune persone lì presenti.

L’estate scorsa, tornando a casa di notte, ho trovato davanti a casa un pazzo. Ai suoi piedi, coperte arrotolate, numerose lattine di birra e confezioni aperte di cibo. Io avevo già le chiavi in mano, non vedevo l’ora di varcare la soglia di casa per poter andare a letto. Ma davanti al portone c’era lui, che spingeva e cercava di forzare la maniglia. Si è voltato a guardarmi con quello sguardo spento e immateriale, articolando che voleva entrare. Ho girato l’angolo, senza voltarmi, con il cuore che batteva forte. Poi ho chiamato la polizia. Devo dire che in pochissimi minuti erano lì. Il giorno dopo, sono uscita di casa, sono andata in direzione della metropolitana e l’ho trovato sul mio cammino. Non mi ha riconosciuta, ma ho provato un senso di impotenza. Così, il pazzo era ancora in giro. Stava immobile in mezzo al marciapiede, in mezzo a un flusso di persone veloci. Chissà quanto tempo sarebbe passato prima che gli venisse ancora voglia di entrare a casa di qualcuno?

Queste, a dire il vero, sono state le uniche due volte che ho davvero avuto paura sul suolo italiano.

Poi, qualche mese fa, ho letto una notizia agghiacciante: quella della donna violentata in Giambellino. Erano le 10 di sera di una notte di dicembre quando è avvenuto. Il colpevole, che è stato arrestato immediatamente, era un pregiudicato. Ho pensato a quante volte, di giorno, ho preso il 14 e ho attraversato a piedi i giardini dove è successo tutto. E ho pensato all’estremo dolore – non solo quello della violenza fisica, ma a quello della libertà violata. Una donna aveva visitato un’amica e aveva scelto di utilizzare i mezzi pubblici. Queste erano le sue due colpe.

Ma non è neanche questo il punto, perché il degrado e la violenza sono dappertutto. Sono nei clacson isterici della mattina e sono nelle schifose strumentalizzazioni della Lega, che approfitta dello sconvolgimento della popolazione per raccogliere firme. Come se il “reato di clandestinità”, introdotto nel 2009, avesse avuto una qualche utilità.

Il problema è che siamo tutti più vulnerabili. Ci sentiamo indifesi perché non abbiamo più appigli. Manca il lavoro, le reti familiari si sfaldano, le persone si rovinano per il gioco, per la droga, per la depressione. Ci sono 5 milioni di persone depresse (dichiarate) in Italia. Ci sono generazioni in bilico fra apatia e rabbia, che sentono di non avere un futuro. E in tutto questo non ci sono solo i Kabobo ma ci sono anche le madri che gettano i figli dal balcone; le persone che aggrediscono a martellate i viaggiatori in attesa alla stazione (qui la notizia, se non ci credete).

Certe volte guardo il cielo e mi dico che questa non primavera, questo clima freddo e novembrino, questi temporali sono il migliore accompagnamento a mesi cupi e terribili come quelli che stiamo attraversando.

Restano, comunque, tante domande. Possibile che non esistano filtri in grado di fermare il malessere? Possibile che le persone che stanno male non siano aiutate? Possibile che non si possa essere duri con chi compie reati gravi? Com’è che così tanti crimini sono commessi da pregiudicati? Vogliamo parlare, in maniera non retorica, della situazione della giustizia e delle carceri? Esiste la riabilitazione oppure esiste solo la pena? Esistono reti per seguire chi ha sbagliato nel reinserimento sociale?

Finché la situazione sarà così torbida e incontrollabile è fisiologico che le persone, soprattutto quelle più vulnerabili dal punto di vista economico e sociale, si sentano a disagio e abbiano paura. Alla nera propaganda ci pensano già gli altri, noi che vogliamo fare?

Ho sentito parlare di un dibattito in corso fra operatori sociali e della richiesta una maggiore attenzione ai disturbi psicologici dei migranti, soprattutto di quei clandestini fuggiti da situazione limite come guerre e conflitti. Questo può essere un primo passo, ma non il solo. Dobbiamo curare quello che ci circonda.

Non si possono più vedere i bambini che chiedono la carità insieme ai genitori. Occorre allertare le forze dell’ordine quando si vedono in giro persone squilibrate o in evidente stato di allucinazione. E bisognerebbe una volta per tutte contrastare anche i fenomeni di racket più incivili ai quali assistiamo ogni giorno: quelli dei mutilati costretti a chiedere l’elemosina trascinandosi per le strade e sui mezzi pubblici.

Di fronte a certi problemi non vanno bene né il buonismo né il securitarismo: occorrono risposte sensate a questa crisi del vivere comune. Accanirsi contro gli stranieri e nascondere che invece abbiamo bisogno di un modello di cittadinanza rivisto – inclusivo ma anche capace di garantire il rispetto delle regole condivise – non farebbe che peggiorare la situazione.

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