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Finalmente il tempo. Dopo una settimana di corsa, una mattina di sole nella quale non c’è niente da fare. E’ la prima volta, da alcune settimane a questa parte, che tiro tardi e aspetto che la luce abbagliante pervada la casa prima di alzarmi con calma. E’ di questo che ho bisogno per mettermi a rielaborare la settimana che ho trascorso in cammino.

Tutto è partito mesi fa, in un certo modo. Da un lato, la constatazione che il camminare fosse una delle poche cose capaci di farmi stare davvero bene nella concitazione della vita metropolitana che conduco a Milano. Dall’altro, la lettura di alcuni libri di Brizzi, libri pieni di avventure di viaggio. La voglia di vedere i luoghi al ritmo lento dei passi.

Come una tarma l’idea del camminare ha iniziato a macinare in me. Così verso Natale, dopo alcuni mesi bui, passati a lottare con l’oscurità invernale e con l’asma che tentavo di dominare, l’idea ha preso forma ed è diventata prospettiva reale.

Partire. Sono partita senza allenamento, perché la primavera proprio non voleva arrivare, e così non ho fatto alcuna escursione di preparazione. Speravo solo di avere uno zaino abbastanza leggero e gambe abbastanza buone per non abbandonarmi a metà strada.

Adesso ripenso a quelle giornate, già soffuse di una magia senza tempo. In una settimana siamo diventati un gruppo, abbiamo condiviso paure, pensieri, avventure. Siamo usciti dalla quotidianità e ci siamo immersi in ritmi diversi, che si accordavano al levare del sole.

Certe volte ho pensato di non farcela. La paura di essere senza fiato è capace di lasciarti senza fiato, c’è poco da fare. Dopo i primi giorni la salita faceva molto meno paura, lo zaino pesava sempre meno. Il corpo si è adattato, il dolore si è affievolito. Una nuova armonia dopo l’artificioso equilibrio della vita di città.

Nel camminare ho provato fatica fisica ma ho dimenticato il degrado mentale, fatto di pensieri ricorrenti, circolari e compulsivi, un loop dal quale a volte dispero di potere uscire.

Negli esercizi del mattino, nelle camminate consapevoli, nei discorsi con gli altri ho toccato con mano l’esistenza di un mondo complesso dove non si ha paura di parlare di sé e delle proprie percezioni. Era liberatorio avere così poco da nascondere e così tanto da dire a dei perfetti sconosciuti.

Sconosciuti, poi, non lo erano più già dai primi momenti. Erano i tuoi  compagni di cammino, quelli che ti tendevano la mano e ti incoraggiavano, quelli accanto ai quali ti stendevi la sera per dormire, quelli di cui sorprendevi il sorriso quando ti voltavi.

Parlare di questo cammino è tremendamente difficile. Vorrei trasmettere il senso di pace provato camminando così vicino agli animali, respirando l’aria pulita del mare e della montagna, accarezzando le piante e guardando la mutevolezza di un cielo mai statico. Vorrei parlare di come ti si aprano milioni di nuove prospettive quando tocchi con mano la possibilità di esperienze diverse, di come questo ti aiuti anche quando torni a casa e pensi di non farcela più a entrare in certi ritmi e in un certo ordine di pensiero.

Vorrei ringraziare di aver conosciuto la Sardegna in questo modo, percorrendo sentieri e affacciandomi sul mare dall’alto, vedendo albe rosate e cenando negli ovili.

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Vorrei più di tutto che il cammino restasse sempre con me. Che fosse la prima parte di quel grande viaggio che intraprendiamo in vita, nel quale è importante – anche se a volte ci sembra di perdere la strada – scegliere percorsi accidentati ma veri, lontano dalle autostrade del comune sentire.

Alcune (poche) foto qui. Presto ne caricherò altre.

Se volete provare anche voi un’esperienza simile fate un salto sul sito della Compagnia dei Cammini.

Buon cammino, buon viaggio.

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