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Da poco più di un anno e mezzo sono Consigliera di Zona a Milano, città che mi ha adottata nel 2009. Per la prima volta – dopo tanti anni in cui mi sono impegnata in altro modo, dai GAS alle associazioni – ho fatto una tessera di partito e sono passata a fare politica attiva. Non è stata una scelta facile. Entrare in un partito significa, a volte, difendere una linea che non è la stessa che avresti tu come singolo. Sentire mediazioni anche dolorose. Avere a che fare con gente che, sotto la stessa tua bandiera, ha idee diverse su temi quali i diritti civili  e il lavoro. Insomma, è dura. Credo che l’unica motivazione valida sia quella di non stare a guardare in un momento pesante per l’Italia, anche se sarebbe molto più facile stare sul bordo del fiume e osservare i cadaveri passare. Col rischio però di veder passare anche il proprio e quello dei propri amici.

Digressioni a parte. La settimana scorsa stavo tentando di fare l’abbonamento annuale ATM  e dal nulla è nata una conversazione con l’impiegato che mi stava facendo la tessera. Un nostro ex elettore, scoraggiato e deluso. Credo che sia in queste occasioni che si misura la reale distanza fra la politica e le persone. Io mi trovo in un punto di osservazione privilegiato: faccio politica, ma la politica non mi mantiene; sono ancora giovane, ma ho avuto il tempo di perdere parecchie illusioni; per la mia provenienza e per il mio legame alle radici, non dimentico i guasti che la cattiva politica (anche nostra) ha portato negli ultimi decenni.

L’impiegato diceva una cosa semplice e che da tempo condivido: che la politica deve fare da esempio e che deve sempre avere presenti le condizioni delle persone normali. Continuare a mantenere certi privilegi in un contesto di crisi economica e di crescente impoverimento non è stato soltanto irresponsabile ma anche tremendamente stupido: significa non capire che le persone che stanno facendo sacrifici chiedono, per lo meno, che anche la classe dirigente abbia la decenza di fare qualche sforzo per il benessere generale.

La mancanza di lungimiranza politica ha creato la situazione in cui ci troviamo: una situazione in cui il 40% dei giovani non si identifica in alcuno schieramento politico (cfr. la recente ricerca dell’Istituto Toniolo), dove crescono le cosiddette forze “di protesta” (non mi metterò a chiamarle antipolitica perché sono il risultato della cattiva politica), dove l’astensionismo cresce perché non si riesce più a ritenere plausibile un vero cambiamento di rotta.

Forse questa è una delle ultime occasioni in cui invertire queste dinamiche distruttive. Le primarie per il Parlamento le abbiamo fatte. Non sempre – devo dirlo, a onor del vero – ha prevalso il merito, ma per lo meno si è data la possibilità di una scelta e di un ricambio. Si tratta di un’apertura importante, da non sottovalutare.

Ora è il momento, con le Regionali, di dimostrare che ci sono ancora persone che si occupano di politica senza perdere il contatto con la realtà. E questo mi riconduce alla scelta che ho fatto: quella di sostenere Fabrizio Vangelista, candidato alla Regione Lombardia con il PD.

Fabrizio Vangelista viene da una famiglia per bene, di gente che ha vissuto del proprio lavoro. Ha già una importante esperienza amministrativa ma soprattutto sa parlare con le persone e farsi capire. Credo che sia un elemento fondamentale per essere un vero rappresentante dei cittadini. Anche se, spiace dirlo, questa capacità l’hanno persa in molti. Per non dire quasi tutti.

Con Fabrizio Vangelista so di andare sul sicuro. So che condivide le preoccupazioni delle persone normali – la paura di perdere il lavoro, la voglia di costruire un avvenire migliore per i propri cari, il timore di perdere ciò che si è costruito con anni di onesto impegno. Ecco perché lo sostengo. Perché credo ancora che possa esistere una politica virtuosa, fatta da gente con i piedi saldamente per terra.

Fabrizio Vangelista

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