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C’è una parte del Paese che pensa con sdegno e sconforto alla situazione politica e culturale generale. Fra questi, c’è chi questo sdegno lo esercita per professione o per gusto innato: esponenti politici e sindacali, editori, opinionisti, imprenditori e affini, nessuno è immune dalla tentazione di ergersi a salvatore della patria.

E’ comprensibile voler fare qualcosa ed è giusto che se ne parli in ogni dove. Ci sono però delle circostanze che mi spingono a riflettere e a considerare con diffidenza tutti questi appelli all’etica, al merito, al cambiamento.

O meglio: a considerare con diffidenza quelli che poi non si traducono in fatti concreti. Ho la fortuna di essere arrivata a 30 anni senza aver abbandonato ancora tutte le mie illusioni, pensando ancora che possano esistere persone capaci di valorizzare il lavoro e l’impegno. E in effetti di queste persone ne ho incontrate e continuo a incontrarne; peccato si perdano in un mare magnum di sobillatori di masse più o meno professionisti, troppo impegnati a denunciare le pagliuzze negli occhi altrui per vedere la proverbiale trave nel proprio occhio.

Del resto che il problema sia antico lo certifica la stessa Bibbia; la cosa preoccupante è che non siano bastati oltre 2000 anni per risolverlo. Ma il problema potrebbe essere ancora più vasto e riguardare tutti noi: quanti possono affermare di essere immuni alla tentazione della cialtroneria, della furbata, dell’escamotage estemporaneo?

E’ vero, ci siamo incappati tutti, ma non è un buon motivo per indulgere. Siamo in un momento storico decisivo dove davvero bisogna schierarsi fra i buoni o fra i cattivi. Sto semplificando al massimo, ma è necessario. Non basta dire di avere idee egualitarie per comportarsi da persone egualitarie. Non basta dire di essere amici del proletariato, se poi si cerca di non pagare a chi lavora uno stipendio. Non serve a niente parlare di meritocrazia e sostegno ai giovani, quando nel concreto si fa loro capire che i soldi è meglio chiederli a mamma e papà piuttosto che cercare di guadagnarseli.

E quindi lo dico di nuovo, e fa niente se sono manichea: qui si tratta di scegliere fra il bene e il male, fra l’Italia che diciamo di volere e quella che vogliamo davvero. Se vogliamo un’Italia diversa, forse è meglio che ci guardiamo allo specchio e che cerchiamo di essere i primi ad agire in maniera irreprensibile. Ma bisognerebbe che lo facesse anche un nutrito gruppo di sedicenti difensori della giustizia e della democrazia, dai quali ormai non abbiamo più davvero niente da imparare.

2 thoughts on “Siamo noi l’Italia che deve cambiare

  1. La mia domanda è: chi sono i buoni e chi i cattivi, essendoci due modi di fare politica e tre forze politiche in campo? Forse oggi la scelta è fra i vecchi politici che parlano alla gente in un modo vecchio, e i nuovi politici, che contestano, sobillano, attaccano e chiedono la testa di chi ha ridotto il nostro paese in questa situazione? Poi alla fine propongono 5 semplici punti: Stato e cittadini, ecologia e salute, informazione, trasporti e infine istruzione. Sarà poco, ma almeno è qualcosa da cui iniziare.

  2. Guarda, questa volta il mio era un ragionamento che riguardava non solo la politica ma tutti, proprio tutti. Come dice l’ottimo Serra in una recente Amaca, noi siamo lo specchio della classe politica (e viceversa). Dunque è cominciando a riconoscere i limiti nostri e di chi ci circonda, e soprattutto facendo tutto il possibile per smascherare ipocrisie e proclami senza fondamento, che si possono porre le basi per il cambiamento. E’ anche il presupposto per scegliere in politica: i discorsi troppo spesso si assomigliano, tutti vogliono il bene del Paese e tutti hanno meravigliose soluzioni in tasca, ma è solo considerando l’operato concreto dei politici che si potrà decidere a chi dare fiducia. E’ difficile e serve tempo; servirebbe anche un’informazione un po’ più coraggiosa, ma quello che non fanno le grandi testate potrebbe farlo l’impegno collettivo di tante persone. Forse.

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