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Quest’estate sarà ricordata non solo per le temperature record, ma anche per il caso Ilva.
Con un’estensione di 15.000.000 metri quadrati, il polo siderurgico di Taranto è il più grande impianto a ciclo integrale d’Europa. Al suo interno si trovano 200 km di binari ferroviari, 50 km di strade, 190 km di nastri trasportatori, 5 altiforni e 5 convertitori: una città nella città.
Un polo imponente, che da anni garantisce occupazione, ma che allo stesso tempo ha compromesso l’intero ecosistema circostante: dall’inquinamento dell’aria (co2, polveri e diossina) a quello del mare, senza risparmiare neppure la falda acquifera.
Ora la città si trova improvvisamente a un bivio apparentemente irrisolvibile: lavoro o salute?
Ma di fronte a questi eventi e alle notizie che si rincorrono giorno dopo giorno, è bene ripercorrere le tappe che hanno condotto a questa impasse. E’ importante capire perché si è creata questa situazione, cosa si sarebbe potuto fare per evitarla, ma soprattutto quali saranno le prospettive future dell’impianto e della città tutta.
L’ILVA nasce da un intervento pubblico: erano gli anni ’60, quelli dell’impetuosa industrializzazione e del boom economico, quando l’allora Italsider si stanziò a Taranto con l’obiettivo dichiarato di colmare il divario produttivo e occupazionale fra Nord e Sud.
Fin da subito l’impianto stabilisce un rapporto sbagliato con la città: la parte più inquinante, quella a caldo, viene infatti costruita a ridosso del quartiere Tamburi, in modo da risparmiare sui nastri trasportatori che portano la materia prima dalle banchine del porto allo stabilimento.
Le prime manifestazioni ambientaliste risalgono agli anni ’70, mentre nei primi anni ’80 la magistratura indizia a indagare non solo sull’Italsider, ma anche su altri due grandi e inquinanti stabilimenti, quelli di Cementir e di IP. Risale al 1982 la condanna del direttore dello stabilimento per il getto di polveri.
Ma il tempo del’industria pubblica sta terminando. Nel 1988 l’Italsider viene liquidata e nasce l’ILVA, che sarà acquistata dal Gruppo Riva nel 1995. Nel frattempo, Taranto viene dichiarata “area ad alto rischio ambientale” dal Ministero dell’Ambiente; nel 1994 Enea inizia l’elaborazione di un piano per il risanamento del territorio che vedrà la luce solo nel 1998 e di cui non saranno mai rispettate le fasi di attuazione.
La gestione Riva, fin dal principio, si caratterizza per i rapporti conflittuali con i lavoratori. Nel 1997 si inizia a rimuovere l’amianto dagli impianti, ma a molti operai non viene riconosciuta l’indennità per l’esposizione all’amianto. Nel 1998 scoppia il caso della Palazzina Laf. I dipendenti che si rifiutavano di sottostare alle logiche ricattatorie dell’azienda vengono rinchiusi in questo reparto: è il primo caso di mobbing in Italia.
Eppure lavoratori e sindacati hanno un approccio ambivalente. Certo, denunciano i soprusi e cercano di difendere i propri diritti; ma in questa fase il tema dell’ambiente è marginale e lo rimarrà quasi fino a oggi. Non a caso nel 2001 i sindacati preferirono difendere i posti di lavoro piuttosto che appoggiare la “vertenza ambientale” avviatasi a seguito di una accurata perizia realizzata dalla Procura.
Gli anni 2000 vedono la condanna di Emilio Riva e di altri dirigenti Ilva per il caso della Palazzina Laf; Emilio Riva subisce un’ulteriore condanna, insieme al Direttore Capogrosso,  per omissione di cautele contro gli infortuni sul lavoro e violazione di norme antinquinamento.
Cresce, intanto, il fronte ambientalista. Nel 2008 Peacelink denuncia che campioni di formaggio prodotti nell’area sono contaminati da diossina e l’Asl, confermando i risultati della denuncia, decide l’abbattimento di numerosi capi di bestiame e vieta il pascolo nel raggio di 20 km dall’area industriale. Nel 2008 viene emessa la legge regionale antidiossina, che impone un limite alle emissioni di 0,4 nanogrammi l’ora. L’applicazione della legge, avversata dal Ministro dell’Ambiente,  viene rimandata da un protocollo di intesa; nel frattempo l’attività dei comitati ambientalisti di Taranto cresce ulteriormente.
Il resto è storia recente: la concessione dell’Autorizzazione Integrata Ambientale all’impianto, la perizia del gip Patrizia Todisco sui danni causati dall’inquinamento, la conseguente inchiesta per disastro colposo e doloso intrapresa dal Procuratore della Repubblica Franco Sebastio.
E naturalmente, l’emersione di un “Sistema Ilva” per mettere a tacere le voci di dissenso e ammansire chi doveva controllare l’impatto ambientale dell’impianto.
Per chiarire gli avvenimenti più recenti abbiamo raccolto la testimonianza di due giornalisti. Il primo è Antonio Sciotto, giornalista de “Il Manifesto” e autore di “Sempre più blu”, un libro che tratta le contraddizioni del lavoro in Italia. E che, quando la bufera doveva ancora scoppiare, si sofferma sul caso Ilva.
“Lo scorso anno, visitando Taranto, vi era una visibile dicotomia fra il comportamento dei lavoratori dell’Ilva e della società civile. E’ vero, a Taranto tutti hanno un amico o un familiare che lavora nel polo siderurgico. Eppure era molto netta la distinzione. Gli abitanti e gli ex lavoratori erano pronti ad affrontare il tema dell’ambiente; per i lavoratori invece il tema era volutamente rimosso”.
Certo, è comprensibile. La salute non è in vendita; ma in una città dove si lavora all’Ilva o non si lavora, protestare è un lusso non alla portata di tutti. Soprattutto con questi chiari di luna. Ma il sindacato, la politica?
“L’azienda ha una grossa responsabilità, ma è chiaro che non ci sono stati adeguati controlli, e neppure pressioni politiche. Anche il sindacato non ha preso posizione sulle tematiche ambientali, limitandosi a difendere i posti di lavoro. C’è stato un parziale cambiamento di atteggiamento grazie alla legge regionale introdotta nel 2008: si è trattato, se non altro, di un segnale di attenzione importante”.
Già, la legge regionale. Ne parliamo anche con Gianmario Leone, giornalista in prima linea per Taranto Oggi, unica testata che ha sempre parlato apertamente dei guasti provocati dall’Ilva.
“La legge è stata modificata: con l’abolizione dell’articolo 3, si è passati dal campionamento in continuo dei camini a saltuari controlli da parte dell’Arpa. In tutto il 2011, sono stati effettuati appena 4 controlli. E anche i dati sulla salute sono insufficienti. Basti pensare che, in una città ad alto rischio come Taranto, il registro dei tumori è partito solo nel 2006. Nessuno ha un’idea precisa di quali siano i danni nei 40 anni precedenti”.
E le prospettive, allora? E’ proprio vero che bisognerà scegliere fra salute e lavoro?
“L’inquinamento è gravissimo e la zona è irrecuperabile a meno che non si chiuda l’impianto e non si bonifichi l’area. Allo stesso tempo, è vero che la disoccupazione non potrebbe essere assorbita. La realtà è che tutte le risorse del territorio sono rimaste inespresse o, peggio ancora, sono state compromesse dall’industria pesante. E ora il territorio non è pronto a un’alternativa economica”
Parole che fanno riflettere e che ci fanno capire che non è sufficiente parlare di green economy. Bisogna agire, fornire al più presto una vera alternativa a un vecchio modello di sviluppo. Un modello insostenibile che ha portato Taranto sull’orlo del baratro.

One thought on “Ilva e Taranto: un abbraccio mortale?

  1. Il GIP Todisco è l’unica persona che dopo 60 anni ed oltre sta facendo rispettare la dignità dei Tarantini.
    Tutti i giovani di Taranto hanno studiato al Nord e si sono trasferiti al Nord perchè non hanno accettato compromessi.
    Le uniche imprese che a Taranto fanno soldi sono le società di analisi e di diagnosi cliniche a causa dell’ILVA.
    I soldi degni stipendi dei lavoratori dell’ILVA non vengono spesi sul territorio ma tornano al Nord in affitti per i figli studenti e coloro i quali restano sul territorio spendono tutto in medici e medicinali facendo la fortuna di pochi.

    Questo genere di ripercussioni dovute allo stabilimento non sono mai state analizzate e fanno ad oggi della città di TARANTO una città FANTASMA.

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