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Edith Piaf Geoges MoustakiGeorges Moustaki l’ho conosciuto da bambina. Cantato, gioiosamente, da mia madre. Mia madre ha sempre cantato (e ancora lo fa) . Mi cantava dolci canzoni per farmi addormentare, ma non solo. Cantava lavando i piatti. Appena ci siamo potuti comprare il primo stereo con lettore CD (era il 1990), ha acquistato l’album di Moustaki e allora ha potuto cantare insieme a lui, a squarciagola. Era bellissimo sentire la sua voce e la musica dello stereo rimbombare nel ballatoio. Non so cosa ne pensassero i vicini, ma credo che il mio amore per la musica sia nato lì, fra Moustaki e le cassette di Lucio Battisti e di De Gregori in macchina. A un certo punto ho iniziato a leggere i testi di Moustaki, stavo imparando non solo a parlare il francese ma anche a leggerlo, ancora bambina. Parole intense, coinvolgenti. Una voce sussurrata e calda. Questa sera sono tornata a casa dopo una giornata strana, e mi è venuto in mente proprio lui. Lui e le sue parole e quelle melodie essenziali e piene di pathos.

Ho iniziato ad ascoltare quello che più mi serviva in questo momento: “Déclaration

Io dichiaro lo stato di felicità permanente – E il diritto di ciascuno ad ogni privilegio – Dico che la sofferenza è cosa sacrilega – Quando c’è per tutti abbondanza di rose e di pane bianco

 Io contesto la legittimità delle guerre – La giustizia che uccide, la morte che punisce – Le coscienze che dormono rimboccate a letto – La civilizzazione portata dai mercenari

 Guardo morire questo secolo vecchio – Un mondo diverso nascerà dalle sue ceneri – Ma non basta più solamente aspettare – Ho aspettato già troppo, lo voglio ora

 Che la mia donna sia bella ogni ora del giorno – Senza doversi nascondere nel fard – Che nessuno mi obblighi a rimandare a più tardi – La voglia che ho adesso di fare l’amore

 Che i nostri figli siano uomini e non adulti- E che siano quello che volevamo essere – Che noi siamo fratelli, compagni e complici – E non due generazioni che s’insultano

 Che i nostri padri possano infine emanciparsi – E che trovino il tempo di carezzare le loro donne – Dopo tutta una vita di sudore e di pianto – E due «dopoguerra» che non erano «la pace»

 Io dichiaro lo stato di felicità permanente – Non per mettere parole assieme alla musica – Senza dove aspettare tempi messianici -Senza che sia votato in alcun parlamento

 Io dico che è tempo di essere responsabili – Senza rendere conto a niente e a nessuno  – Per trasformare il caso in destino  – Soli a bordo, senza padroni, senza dio e senza diavolo.

 E se vuoi venire passa la passerella – C’è posto per tutti e per ognuno – Dobbiamo ancora fare tanta strada – Per andare a veder brillare una nuova stella

 Io dichiaro lo stato di felicità permanente.

Questa canzone è terribile. Terribile per quanto è lontana dalla realtà in cui viviamo. Ambire alla felicità permanente sembra qualcosa di completamente irrealizzabile. Eppure, eppure… Moustaki dice cose del tutto ragionevoli: la sofferenza è una cosa sacrilega, quando per tutti ci sono rose e pane bianco. Possiamo dargli torto? Ci siamo dimenticati che il problema non è tanto quello delle risorse (limitate, sì, ma sufficienti al netto dei troppi sprechi) ma della loro distribuzione?

C’è un altro verso che mi fa venire il magone:  Che i nostri figli siano uomini e non adulti- E che siano quello che volevamo essere – Che noi siamo fratelli, compagni e complici – E non due generazioni che s’insultano

Fratelli, compagni e complici: macché, proprio adesso che la solidarietà fra generazioni andrebbe coltivata con cura, siamo gli uni contro gli altri. E’ colpa di chi è venuto prima di noi, dicono i giovani. Questi ragazzi hanno troppo pretese, devono farsi il mazzo come ce lo siamo fatto noi, dicono i più anziani. Senza considerare che il problema non  è questo: la responsabilità di chi è venuto prima esiste, ma non è certo dei nostri genitori, che hanno costruito un mattone dopo l’altro il benessere in cui siamo nati. E’ semmai di una classe dirigente (la stessa da venti anni, dopotutto) che si è fatta cogliere del tutto impreparata dai cambiamenti economici, pensando che il “boom” basato sui bassi salari e sull’iniziale volano della domanda interna (dopotutto, non bisogna dimenticare che dovevamo ricostruire una nazione distrutta dalla guerra) potesse durare in eterno, con poca innovazione  e nessuna lungimiranza. E allora giovani e meno giovani, anziché prendersela gli uni con gli altri, dovrebbero semplicemente “chiedere la testa” (in senso figurato, si intende) di chi ha fatto il danno. Sarebbe bello essere pronti a vivere senza padroni, senza dio e senza diavolo; sarebbe bello riprenderci il nostro destino. Sarebbe bello tornare a sperare in uno stato di felicità permanente, lontano da questa angoscia, da questa incertezza, da questo vortice di profezie funeste che si autoavverano.

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