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Scandalo dopo scandalo, la gente si è stancata di sentir parlare di soldi pubblici che prendono strade poco trasparenti. E così, il monitoraggio VfB (Voices From the Blogs, l’osservatorio permamente sui social media dell’Università Statale di Milano) ha segnalato una forte propensione negativa nei confronti del finanziamento pubblico ai partiti. A mio parere non si possono condividere tout court le conclusioni dell’indagine, secondo la quale “La gran parte degli italiani è contraria al finanziamento pubblico ai partiti”. Possiamo parlare della maggioranza delle persone che stanno su Twitter, casomai. E in Italia stanno su Twitter – attivamente – dai 2 milioni ai 2 milioni e mezzo di persone. Twitter per scelta non rende pubblici i dati Paese per Paese e quindi si può solo fare affidamento sulle approssimazioni di alcuni analisti, come Matteo Giovannelli. Quest’ultimo ricava anche le età medie degli utenti Twitter: il 37% nella fascia di età 25-34, il 36% nella fascia di età 35-44. Quindi, tornando ai risultati dell’analisi, possiamo affermare che una buona parte dei numerosi utenti di Twitter, mediamente giovani adulti con un buon livello di istruzione, è contrario al finanziamento pubblico ai partiti.
Il 24% vorrebbe abolirlo del tutto; l’11,6% vorrebbe dimezzarlo; per il 19,4% è inaccettabile in tempi di crisi e per il 15,9% è una vera e propria tentazione alla corruzione
Sale in molti la voglia di sottoporre il tema a un nuovo questito referendario (favorevole oltre uno su due degli utenti Twitter esaminati) mentre il 22,6% dichiara che dovrebbe autofinanziarsi. Addiritttura un 8,5% invoca un modello all’americana, con finanziamenti da privati. Anche se il campione non è completamente rappresentativo della popolazione italiana, questi dati rispecchiano comunque il forte clima di sfiducia nella politica “tradizionale”. Esiste una voglia di partecipazione abbastanza diffusa, ma cresce il numero di persone convinte che i partiti non siano un elemento fondante della politica. Quali conclusioni trarre da queste tendenze?
La prima: siamo di fronte a una profonda crisi di rappresentanza. La crescita dell’astensionismo, tradizionalmente basso in Italia, e la crescente identificazione della politica come una “cosa sporca” sono fenomeni gravi. Sono, certamente, anche conseguenze di episodi davvero gravi e intollerabili. Non basta più dire che i politici dovrebbero dare il buon esempio, perché è già tardi. Proprio per il ruolo di guida e di vettore degli interessi generali, la classe politica avrebbe dovuto dimostrarsi capace di prevenire questo scollamento. Ha perso l’occasione di essere in prima linea quando è arrivata l’ora di fare sacrifici. Le disuguaglianze sono tollerabili quando qualche briciola arriva anche in fondo alla scala sociale. E’ normale che in un clima come quello attuale – disoccupazione, scarse prospettive di crescita, erosione del risparmio privato – le persone siano meno disposte a lasciar correre. Sarebbe bello, certo, se l’indignazione non dipendesse dalle diverse stagioni politiche e se gli italiani rifiutassero costantemente la disuguaglianza, il furto, l’evasione. Così non è, ma chi detiene un ruolo di leadership ha il dovere di agire per rendere più sopportabili le gravi incertezze in cui versano tanti cittadini.
La seconda: in questa profonda crisi, rischiano di prevalere idee antidemocratiche. Mi preoccupa che molte persone pensino di abolire il sistema di finanziamento pubblico a favore di un sistema di finanziamento privato. Ma come? In un Paese dove il problema è la corruzione e l’assenza di trasparenza, se i Partiti dovessero dipendere dai finanziamenti privati allora sì che davvero prevarrebbero ovunque logiche corporative. A nessun livello sarebbe più possibile ambire ad avere partiti indipendenti che rappresentino l’interesse generale. Già oggi, in media, ai livelli più alti siedono persone che provengono da milieu privilegiati e che hanno difficoltà a identificarsi fino in fondo con i problemi delle persone normali. Figuriamoci cosa accadrebbe dopo!
Il finanziamento pubblico deve rimanere,  ma a tutti deve essere richiesto di giustificare le spese. E i soldi non devono fermarsi a Roma ma affluire a livello locale, dove molto spesso arrivano solo mesti rivoli e si ricorre già ampiamente all’autotassazione dei militanti (giustamente inviperiti, a quel punto, per il dirottamento dei fondi pubblici).
La terza: se non si parla adesso di buona politica, presto avremo finito di parlare della politica come l’abbiamo conosciuta. I “semplici” amministratori e i politici coscienziosi, quelli che non si mettono in tasca neppure i soldi di un caffé, devono farsi sentire. Dire che esistono persone che si occupano di politica e possono camminare a testa alta. Dire che la partecipazione è una bella cosa che va promossa a tutti i livelli, ma che la democrazia rappresentativa non può essere spazzata via tout court. Chi è andato avanti grazie a propri meriti, deve fare in modo di coinvolgere altre persone meritevoli. Entriamo nel merito delle cose anche nelle discussioni da bar, anche nelle chiacchiere alla coda del supermercato, sempre e comunque, oggi e domani. Si faccia avanti chi pensa di poter dare un esempio positivo e vengano messi da parte i maneggioni, quelli che pensavano di entrare nel palazzo solo per sgraffignare i cioccolatini. I cioccolatini sono finiti. Fuori dal palazzo la gente è incazzata. E per evitare che appicchino un incendio, bisognerà convincerli con ottime ragioni. Che sono poi anche le ragioni di chi crede che sia possibile un altro modello di politica. Aperto, accessibile, soprattutto pulito.
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