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I padri si preoccupano per i propri figli, quei figli senza arte né parte, quei figli che non se ne vanno di casa o se ne vanno dal Paese, che vivono di cococo, cocopro, ritenute d’acconto e altre formule magiche. Formule che propiziano il posto di lavoro precario, non garantito, sotto ricatto. Dicono, i padroni: “Non vorrai mica andare in ferie? Ecco, bravo, lo sapevo che saresti rimasto in ufficio”. Dicono, i padroni: “Non mi sembri poi così malato, hai fatto bene a venire. Da queste cose si capisce la fedeltà di un lavoratore”. Dicono, i padroni “Ti aumenterei lo stipendio, se potessi”. Si spingono persino ad affermare che “un contratto di lavoro migliore te lo darei, ma il momento è critico, siamo tutti sulla stessa barca”.  E poi i padroni tornano a casa propria, dove sono anche padri, e si preoccupano per i propri figli, quei figli senza arte né parte, quei figli che forse non se ne andranno di casa o forse se ne andranno dal Paese. Pensano, i padri padroni (o anche solo i padri, o anche solo i padroni) a chi possono conoscere. Dicono ai figli, o ai nipoti: “Ti sistemo io”. Perché non si accontentano di essere padri e padroni, vogliono anche essere padrini. Così si sentiranno dire grazie, e potranno andare avanti a vessare, e potranno andare avanti a preoccuparsi, ma con la coscienza a posto. E quegli sfigati dei figli cresceranno solo con la voglia di scrollarsi di dosso quel senso di oppressione e contemporaneamente di incapacità di gestire il proprio destino. Un pensiero li perseguiterà: quello di diventare padroni di sé stessi. E magari anche degli altri. E allora avanti, tutti insieme: padri, padroni, padrini.

 

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