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Il giorno di Natale, dopo essermi sottoposta alle tradizionali libagioni e all’altrettanto tradizionale partita di scala quaranta pomeridiana (dove le carte che di volta in volta ricevevo e pescavo sembravano scelte da Satana in persona) sono finalmente riuscita a uscire dal torpore casalingo per dirigermi a Ravenna e vedere qualche amico. Ho messo su un po’ di musica, ho avviato il motore della Clio e mi sono diretta spedita in centro. Un’ora e un bicchiere di vino dopo, mi sono ritrovata in una di quelle situazioni che potrebbero anche dare fastidio, ma che in realtà finiscono spesso per rivelarsi gradevoli. Avevo tre quarti d’ora di tempo prima del mio successivo appuntamento. Ho percorso le strade del centro a piedi. Mi piaceva il rumore delle scarpe sulle pietre antiche e levigate, apprezzavo l’architettura delle case basse, il profilo sommesso di alcune chiese minori. Ma il centro di Ravenna è minuscolo, e dopo averlo percorso quasi interamente a passo veloce (era troppo freddo per un’andatura più lenta) rimaneva comunque un bel po di tempo a disposizione. Così, ho pensato di rifugiarmi in un’osteria enoteca del Borgo San Rocco. Un posto in cui sono andata decine di volte – negli anni passati o nei rari rientri ravennati – perché è rustico, alla buona, con una carta dei vini di tutto rispetto. Così sono entrata e ho chiesto un bicchiere, e subito si è palesato un avventore abituale, che dopo poche battute ha deciso di offrirmi il calice. Mi sono diretta a un grande tavolo vicino al bancone, e lui ci ha tenuto a spiegarmi che quello era il “tavolo dell’amicizia”. Ovvero il tavolo dove siedono le persone che arrivano sole all’enoteca, ma che hanno voglia di parlare con altri clienti. Due chiacchiere così, senza impegno, tanto per non restare ciascuno col proprio silenzio. Ora, posto che io non ho assolutamente nulla contro il silenzio e la solitudine, mi è sembrata una cosa assolutamente grandiosa. Ma dico, riempiamo non solo le osterie e le enoteche, ma anche le piazze e i giardini di tavoli dell’amicizia! In realtà, so benissimo che non è possibile e che il lusso di parlare con perfetti sconosciuti, ce lo si può concedere in rare occasioni. A volte penso alla morsa in cui ci troviamo, spesso senza neppure volerlo né quasi rendercene conto, stretti fra obblighi e impegni. Mi dico che ci siamo costruiti una gabbia, ma mi dico anche che finché ci poniamo il problema, non tutto è perduto. Ecco perché ci tengo sempre, quando posso, a uscire dal caos della città. Qui, solo a poche centinaia di chilometri, a una distanza percorribile in tre ore, il tempo ha un altro significato. Ce n’è così tanto, che ci si può concedere di perderne un pochino anche con la prima persona che capita.

 

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