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La manovra Monti ha messo l’Italia alle strette. Prima si parlava di crisi in maniera astratta, ora la si annusa – e molti sentono puzza di bruciato. Diminuzione del potere di acquisto, pesante riforma delle pensioni, tagli a destra e a manca. Le conseguenze di quasi vent’anni di scempiaggine si dovevano abbattere inesorabilmente sugli italiani, questo era ovvio. Ma non era altrettanto ovvio che la scure sarebbe stata così pesante per categorie già messe a dura prova dall’aumento di disparità sociale degli ultimi anni. In tante case, in questi giorni, serpeggiava l’agitazione: chi aveva appena maturato 40 anni di contributi sarebbe andato in pensione? Con quale reddito? La sua famiglia sarebbe sprofondata – a volte accade così, senza che si faccia niente per meritarselo – nelle ristrettezze? Sono queste le domande che si fa una larga fetta di italiani.

Giovani senza lavoro o con un lavoro precario, classe media impoverita, cinquantenni e sessantenni a cui viene sottratta una prospettiva ritenuta ormai certa, si interrogano e incrociano le dita sperando in qualche aggiustamento. I partiti, i sindacati, i gruppi di interesse stanno intervenendo, ciascuno per il proprio pezzetto: chi vuole rimodulare le pensioni, chi chiede di non far pagare l’ICI a tutti, chi si preoccupa dei tagli ai trasferimenti Stato-Enti locali. Ci si mobilita in ordine sparso. E nella Rete capitano spesso cose del tutto incongruenti. La peggiore: la pretesa, da parte di ciascuno, che la sua battaglia sia la più importante, l’unica legittima o degna di attenzione. Come se non esistesse una sola e grande battaglia: quella di difendere i diritti in quanto tali e non come appartenenti a una determinata categoria. Quella di riconoscere che ogni generazione sarà toccata in modo pesante, sebbene in maniera diversa, e che proprio per questo le rivendicazioni vanno capite, accettate, accolte, nella misura in cui rappresentano uno dei volti del malessere sociale del Paese. Scagliarci gli uni contro gli altri non ci servirà a niente, così come non serve abbattersi e pensare che nulla più possa essere fatto. Bisogna già da oggi ripensare al nuovo modello che vorremmo vedere emergere dalla crisi. Solo che la paura, la paura maledetta che così bene riescono a evocare le notizie di questi giorni, spinge tanti a rinchiudersi in sé stessi. E invece mai come oggi sarebbe necessario dimostrare solidarietà ed essere capaci di una visione complessiva, senza perdere il nostro tempo a pensare che al nostro vicino, dopo tutto, non è andata così male. Perché in questo fragile equilibrio, rischiamo di veder sparire per sempre anche solo l’idea di una società basata sull’idea di uguaglianza e di pari opportunità. E da questo passaggio sì, che sarebbe difficile tornare indietro.

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