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Equità e crescita rimangono involucri vuoti. Lo sapevamo che questa manovra sarebbe stata figlia della crisi e della necessità di batter cassa. Ciò nonostante, non può che rimanere un fondo di amarezza nel vedere come sono state declinate le promesse di Monti: va bene il rigore, ma di strumenti per la crescita se ne vedono ben pochi. Di equità ancora meno. Difficile analizzare nel dettaglio le 104 pagine che compongono la manovra, ma alcune osservazioni mi sento di farle. Innanzi tutto, manca una componente essenziale, che avrebbe permesso alla maggior parte dei cittadini di digerire i pesanti tagli e l’aumento delle tasse: ovvero la percezione che i sacrifici interessino tutti e non chi ha sempre pagato. Malauguratamente, mentre ai capitali scudati verrà applicato l’1,5% di tassazione in più, portando quindi complessivamente la pressione fiscale al 6,5% per quelli che per anni hanno evaso il fisco, noi comuni mortali avremo da versare qualche lacrimuccia in più.

Sul fronte pensionistico non preoccupa tanto l’innalzamento dell’età (anche se vorrei vedere subito misure concrete a tutela dei lavori usuranti) quanto il mancato adeguamento delle pensioni all’inflazione: una misura buona solo a deprimere i consumi e penalizzare anche chi fatica ad arrivare a fine mese (non mi si dica che 1000 euro sono una cifra adeguata per vivere in grandi città come Roma e Milano). Va bene andare in pensione qualche anno dopo, ma con dignità. Sul fatto poi che dal 2018 ci siano le stesse condizioni per uomini e donne, non posso reprimere un moto di ribellione. Perché il nostro welfare – a maggior ragione coi tagli – penalizza le donne; perché il mercato del lavoro è discriminatorio, lo dimostrano i dati sulle retribuzioni e sugli avanzamenti di carriera; perché mentre la sanità diviene sempre più costosa, il lavoro di cura e assistenza viene spesso delegato alla componente femminile della popolazione. Non tenerne conto è profondamente iniquo. Certo, si danno agevolazioni a imprese che assumono donne e giovani, ma questa misura da sola non basta. Senza approntare servizi adeguati (cosa che richiede investimenti) non si potrà incidere sulle componenti che rendono oggi difficile la conciliazione fra tempi di lavoro e tempi familiari. E questo in ultima istanza non fa certo male solo alle donne, ma a un’intera generazione che – anche per la diffusa precarizzazione del lavoro – fa pochi figli, fatica a costruirsi un futuro e che vive in perenne insicurezza. E’ questa l’Italia che vogliamo? Infine la chicca, i “tagli alla politica” che penalizzano praticamente solo i piccoli amministratori, le Province e alcuni enti sulla cui inutilità nutro seri dubbi, come “l’agenzia per la sicurezza nucleare, l’agenzia per il terzo settore, l’agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione, l’ente nazionale per il microcredito, l’autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, l’ente per il turismo”. Magari queste agenzie non funzionavano, ma riguardano alcuni settori assolutamente strategici per lo sviluppo dell’Italia. L’insieme di queste misure, quando abbiamo ancora un Parlamento di privilegiati – per non parlare dei vari Consigli Regionali – dà il segno di una manovra che tiene in ben poco conto le vere priorità. Tagliare il gettone ai piccoli amministratori che si impegnano nella politica con passione, non vuol dire ridurre i costi della politica, ma compiere un’operazione inutile e demagogica. Quanto si sarebbe risparmiato dimezzando invece gli stipendi dei Parlamentari (come gli eurodeputati italiani hanno acconsentito a fare nel 2009, in tempi non sospetti) e equiparando quelli dei Consigli Regionali a quello dell’Emilia Romagna, dove i consiglieri prendono la metà che in Lombardia? Il segnale sarebbe stato più coerente con la tanto decantata equità e non avrebbe messo in difficoltà tante persone che ottengono solo un piccolo rimborso per un impegno spesso non indifferente.

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