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Il nostro Paese sta attraversando tempi bui. Ma per una volta, non è solo, perché tempi bui li stanno attraversando anche tanti altri Paesi europei, Grecia e Spagna in primis. Il moto di indignazione di un numero crescente di persone, l’ampliarsi della percezione della classe politica come casta, la convinzione che uscire dall’Europa o dall’Euro possano essere vie di fuga dalle difficoltà odierne, sono tutti segnali forti che non vanno sottovalutati. A dire il vero, sono la logica conseguenza di un modo di gestire la cosa pubblica (in Italia, in Europa, nel mondo) profondamente errato. Ricordo che oltre 10 anni fa, a Seattle, il neonato “movimento no global” aveva già posto le questioni che oggi ritornano con prepotenza nel dibattito pubblico. Segno che non occorreva essere dei geni o dei precursori: i problemi che stiamo affrontando sono gli stessi della fine degli anni ’90. Solo che nessun grande partito politico si è assunto la responsabilità di farsene carico, forse perché era più semplice fare finta che non esistessero.

Ma certo: alla fine degli anni ’90 i soldi giravano eccome, c’era la new economy, le società occidentali erano ancora avvolte in una soffice coltre di benessere e quasi non parevano accorgersi che l’erosione dei diritti acquisiti era già iniziata da un pezzo. Se negli USA e in Gran Bretagna il liberismo economico di Reagan e Thatcher, messo in pratica già negli anni 80, aveva già procurato guasti sociali notevoli, le socialdemocrazie europee garantivano alti standard di protezione alla popolazione. Anche l’Italia, che pure su questo fronte non ha mai raggiunto il livello di altri Paesi, prevedeva un regime di welfare piuttosto inclusivo. Solo che…solo che già negli anni 90 si è iniziato a sforbiciare diritti. Il simpatico Pacchetto Treu, che voleva limitare la disoccupazione e per farlo introduceva la precarietà, è stato concepito nel 1995 ed è entrato in vigore nel 1997, durante il primo governo Prodi. Così oggi possiamo tranquillamente goderci sia la disoccupazione che la precarietà. E non veniteci a parlare di flessicurezza in un paese dove se sei precario, l’assegno di disoccupazione puoi anche scordartelo. Ma puoi sempre vivere da mamma e papà fino a 40 anni: basta che non ti lamenti se ti chiamano “bamboccione”. Torniamo però a un ragionamento un po’ più ampio, cercando di accantonare la rabbia che pervade più o meno tutte le persone della mia generazione quando si affrontano certi temi. Stiamo vedendo che la politica, da un certo momento in poi, si è piegata a mera esecutrice dei processi economici. Lo ha fatto prima in alcuni Paesi, poi sempre più diffusamente in altri. E da un certo punto in avanti, ci siamo sentiti dire che “il mercato impone queste scelte”, oppure che “l’Europa chiede maggiore rigore” e altre frasi del genere. Quindi, lo Stato nazionale non serve più a niente, è solo lo strumento attraverso il quale si prende atto di contingenze esterne. Ma se è così, allora anche la classe politica perde qualsiasi utilità: come diceva Stefano Fassina già qualche tempo fa, basterebbe un semplice ragioniere per attuare scelte economiche decise altrove. E’ da questo profondo squilibrio, da una classe politica che abdica completamente al suo ruolo, che deriva la rabbia contro la “casta”. Come si può accettare che i parlamentari abbiano uno stipendio così alto, se alla resa dei conti non possono intervenire sull’esistente?  La soluzione per rimediare all’antipolitica e al qualunquismo che, insieme al legittimo dissenso per la pessima gestione della cosa pubblica, si stanno facendo strada con prepotenza, è quindi ripuntare sulla politica. Ma una politica che lotta con l’esistente per rimodellarlo secondo un progetto, una visione. Una politica che ritrova un respiro ampio e che torna a sognare. Una politica che ha il coraggio di rimettere al centro l’uguaglianza di opportunità, senza la quale non si va da nessuna parte. Altrimenti davvero: come lo si giustifica un tale sperpero di risorse? E poi l’Europa. L’Europa è innanzi tutto un’entità multiforme, che funziona in maniera diversa a seconda della composizione delle sue istituzioni. L’Europa di oggi è profondamente sbilanciata a destra, e si vede. Continua a chiedere austerity e tagli, parla per  bocca della BCE che non è democraticamente eletta e non risponde in alcun modo ai cittadini europei, ha adottato misure tardive e restrittive che potrebbero peggiorare ulteriormente la situazione. Anche in questo caso: la soluzione non è assolutamente uscire dall’Europa, perché in questo mondo globalizzato, si vince soltanto restando uniti e anzi, rafforzando l’integrazione politica. Occorre, invece, che anche l’UE riacquisti il suo slancio ideale, quello rappresentato dai grandi europeisti del passato. Bisogna tornare a dire con chiarezza che serve accantonare le derive nazionalistiche e immaginare un organismo mutuamente solidale, all’interno del quale però si rispettano regole condivise. L’Europa non è una carrozza sulla quale si sale nei tempi buoni e si cerca di scendere nei tempi cattivi. Ma per far prevalere questa visione di responsabilità e coesione, occorre che i singoli Paesi esprimano una classe politica (attraverso le elezioni per il Parlamento Europeo, ma non solo) capace di lungimiranza e desiderosa di rilanciare il profilo politico dell’UE. L’Europa può e deve essere una grande potenza che usa il soft power e non le armi, che promuove spazi di prosperità nel Mediterraneo e nell’Est, che si fa portatrice di diritti e di messaggi chiari. E che, al proprio interno, ribadisce l’importanza di uno stato sociale inclusivo e rilancia misure per l’uguaglianza e per la crescita. Altrimenti avrà ragione chi vedrà l’Europa come l’ennesima, elefantiaca istituzione che assorbe risorse senza fornire soluzioni ai grandi problemi della contemporaneità.

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2 thoughts on “Uscire dalla crisi: servono più politica e più Europa. Ma non questa politica e non questa Europa

  1. Il dovere d’essere intolleranti, intransigenti, inflessibili. di Gesualdo Gustavo

    L’epoca contemporanea italiana soffoca sotto il peso dei decenni di parassitismo fannullone ma intoccabile, perché raccomandato.

    Il buonismo di maniera, di stile e da salotto ha letteralmente massacrato il sistema paese, ormai asservito a moltitudini di scribi senza conoscenza e di praticoni senza intelligenza.

    Un innaturale quanto contorto pensiero buonista ha costruito corsie preferenziali per mediocrità altamente selezionate, la cui unica qualità essenziale sta nella manovrabilità, nella assoluta modellabilità ed asservibilità al pensiero unico buonista:

    dobbiamo campare tutti quanti.

    Io dico di no.

    Io dico che questa selezione durata per decenni ha tirato fuori il peggio possibile da un popolo, quello italiano, che avrà anche tutte le pecche peggiori ed avrà commesso le ignominie più incivili, ma che altrettanto certamente, non appare degnamente diretto, rappresentato e governato.

    La selezione nel passato delle classi dirigenti alla direzione, alla rappresentanza ed al governo del paese è stata infatti modulata su specifiche di mediocrità assoluta, di assenza totale di merito, di completo distacco dalla realtà effettiva del paese, creando così un insanabile dualismo fra il paese effettivo e reale ed il paese istituzionale e così selezionato ed ordinamentato.

    Uno sfacelo terribile, un fallimento totale, una catastrofe senza via d’uscita.

    Tutto è stato concesso alla classe dirigente che ha abusato del potere pubblico in questi decenni di falsa democrazia, di democrazia volontariamente bloccata e distorta:

    corruttele, connivenze con le organizzazioni mafiose, abusi di potere, arroganze e superbie di piccole miserie umane straordinariamente difese dalla loro organizzazione in casta, della loro chiusura corporativa autoreferenziale.

    Se si valutasse quanto di questo potere pubblico sia passato da genitori in figli e nipoti attraverso concorsi pubblici fasulli e distorti, si avrebbe un quadro maggiormente esemplificativo di questa realtà.

    Ma così non può essere, in quanto la casta politica e la casta burocratica, impediscono la diffusione di notizie ed informazioni che possano disegnare il quadro effettivo di come si sia costruito il potere personale di moltitudini di inetti e di incapaci attraverso l’abuso o l’uso distorto del potere pubblico.

    Se qualcuno provasse a pubblicare un libro contenente i dati di riferimento parentali nella pubblica amministrazione, si ritroverebbe in breve in una cella carceraria, quantomeno.

    La Parentopoli, come Tangentopoli e come ogni scandalo italiano, resta profondamente connesso alla intrinseca natura privata dell’uso e dell’abuso del potere pubblico non può essere pubblicamente esposta, pena la ritorsione dello stesso potere pubblico distorto ed abusato.

    In italia, come è ben noto, non vanno in carcere i politici corrotti o collusi con le mafie, ma possono finire in carcere persone assolutamente innocenti che, però, per poter dimostrare la loro innocenza, debbono obbligatoriamente disporre di risorse umane, economiche e finanziarie sufficienti a durare più a lungo di un processo, compresi i livelli successivi e superiori.

    Insomma, se siete poveri in canna e senza alcuna raccomandazione e siete nati in italia, sappiate che il vostro futuro non è affatto roseo, e men che meno sicuro.

    La chiave di tutto in italia è infatti la raccomandazione, l’essere tutelati e referenziati dalla casta del prepotere pubblico.

    In assenza, conviene omettere di pensare, perlomeno ad alta voce, come invece spesso capita di fare a me da questo angolo sperduto del web.

    Insomma, per un qualunque futuro migliore si voglia ipotizzare o immaginare per questo malnato e piuttos6to insano paese, l’unica certezza che posso offrire nella prosecuzione di una novazione migliorativa dell’intero sistema di vita reale è quella di un nuovo dovere, un antico ma dimenticato dovere civico e civile, la cui negazione o limitazione produce enormi sfaceli cui tutti noi stiamo assistendo, subendo e pagando.

    Noi tutti, oggi più che mai ed in compensazione di un passato incivilmente buonista e affatto buono abbiamo il dovere di essere:

    intolleranti,

    intransigenti,

    inflessibili.

    E se qualcuno per questi comportamenti tenuti e mantenuti dovesse stupidamente offendervi con epiteti di intollerante o peggio, di razzista e di fascista, rispondete pure a queste accuse con tutta la vostra intolleranza alla stupidità e alla mediocrità umana, con tutta la vostra intransigenza rispetto alla affermazione della idiozia umana come fatto benefico, con tutta la vostra inflessibilità di fronte alla ragione perduta di esseri umani devastati dall’eccesso di un benessere mai veramente guadagnato, rispondete pure a tutta questa maligna erba che invade e soffoca la esistenza stessa e la continuazione stessa della vita umana su questo pianeta, urlate pure a questa immonda deficienza inumana:

    me ne frego!

    Oggi più che mai, un tale atteggiamento è utile e doveroso.

    Forse sarà anche ingiusto, ma alla luce del risultato finale, esso assume la maggiore rilevanza possibile in termini di giustizia umana, sociale e civile.

    Dite loro che non hanno ragione sol perché son tutti chiacchiere, promesse da marinai e distintivo.

    Dite loro che sono stati malamente e abusivamente selezionati.

    Dite loro che non riconoscete a nessuno che non lo meriti, il diritto di sopraffare le vostre ragioni.

    Dite loro, senza alcuna vergogna e senza alcun atteggiamento servile od asservito che, oggi più che mai, voi manifestate volontariamente la univoca volontà di far valere il diritto-dovere di essere intolleranti, intransigenti ed inflessibili di fronte alla loro perduta umanità, certamente troppo costosa, e finanche troppo pesante da tollerare.

    Gustavo Gesualdo
    alias
    Il Cittadino X

  2. Pingback: Crisi economica e politica: riprendiamoci il campo « Pocket Revolution's Blog

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