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Conoscete Nick Hornby? E’ uno scrittore britannico (autore di About a boy e molti altri titoli che spaziano fra rapporti umani, musica e football, anche se dirla così suona riduttivo) che si diletta anche a leggere e recensire libri, per lo più romanzi. Si possono trovare i suoi articoli su L’Internazionale. Oggi stavo tornando a casa, in modalità stanca ma anche abbastanza felice, poiché mi stavo pregustando una sera libera, e pensavo che senza dubbio fra le cose che avrei voluto fare c’era quella di scrivere un post nel mio povero, trascurato blog. E che fra i temi papabili, c’era quello degli ultimi libri che ho letto. Mi è venuto in mente che praticamente stavo facendo quello che fa Hornby, e così metto subito le mani avanti: questa è la versione dei poveri delle rubrica di Nick Hornby, quindi non aspettatevi che parli di una decina di testi.


Però parlerò di due libri molto, molto belli. Ed enormemente tristi. Belli e tristi come l’Italia di oggi, che a forza di essere triste (e sguaiata, disperata, infuriata e mille altre cose insieme) a momenti bella non lo è nemmeno più.
Sto parlando de “I veleni del crimine” di Carlo Lucarelli e di “Sempre più blu. Operai nell’Italia della grande crisi” di Antonio Sciotto.
Il primo riprende alcuni casi che hanno caratterizzato – che ancora caratterizzano, con la loro scomoda ombra – la storia italiana. Il secondo, di stretta attualità, va comunque a ripescare le memorie di un passato che non esiste più. E che forse non tornerà, in questa epoca dove il cambiamento è talmente veloce da poter sembrare inafferrabile.
Il libro di Lucarelli parla di mafia, dei rapporti fra criminalità, affari e politica, di “veleni” sotterranei che deviano la storia, percepibili ma sfuggenti. Inizia con le stragi compiute alla fine della seconda guerra mondiale – Marzabotto, ma non solo – e dalla giustizia negata alle vittime, per arrivare al caso di Ilaria Alpi. E’ un libro in cui è forte la contrapposizione fra persone che scelgono di rischiare la vita – a volte anche perdendola – per la libertà e la giustizia, e fra chi si adegua allo status quo. E’ un libro pieno di vittime, carnefici, complici e testimoni, un libro che sembra chiamarci in causa, interrogandoci. Vivere in un Paese come il nostro significa vivere in mezzo a silenzi, a omertà, a omissioni. In questo contesto si può morire perché si parla (Saviano sotto scorta) ma si può anche morire perché si lavora, come capita ai lavoratori dell’amianto, a Casal Monferrato e non solo. Il lavoro è vita, il lavoro è anche morte. Ed è a questo tema che si riallaccia anche il testo di Sciotto, in cui si narra di una quotidianità spesso difficile, dove nel contesto di crisi economica a rimetterci sono i diritti. E dove a un operaio dell’ILVA, la grande acciaieria che rende irrespirabile l’aria di Taranto, capita di sentir dire che “di tumore si può anche morire, ma non è sicuro. Ma la fame la fai di sicuro, se non lavori”. Ma che Paese è quello che esce da questi impietosi ritratti? E’ un’Italia difficile ma non del tutto sconfitta, dove ancora si lotta. Si lotta per il diritto a un lavoro dignitoso e sicuro (anche se si rischia di perdere, di fronte a una politica spesso inadeguata, che fatica a schierarsi a fianco dei più deboli); si lotta per spezzare la catena del racket e dell’estorsione; si lotta per le madri e le donne, in fabbrica e non solo, alle prese con una vera e propria gara di sopravvivenza. Forse, dietro a questa lotta, non c’è più la coscienza di classe o la ricerca del grande ideale. Ma ci sono valori, storie vissute, voglia di riscatto. Di fronte a questo, abbiamo il dovere di non voltare le spalle. Ecco, l’avevo detto. Come Nick Hornby, ma molto più triste. Comunque, leggere queste cose, se anche non concilia il sonno, ravviva la coscienza. E rafforza consapevolezza che tutti noi abbiamo un ruolo da giocare, giorno dopo giorno, per far sì che questo Paese sia un luogo in cui vivere, non un purgatorio da attraversare.

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One thought on “Come Nick Hornby, ma più tristemente

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