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C’era una volta una bambina. Come tutte le bambine, veniva coccolata, vezzeggiata e tenuta in considerazione. Credeva che il mondo girasse intorno a lei e che tutto fosse possibile, compreso tramutare la fantasia in realtà. I sogni avevano la stessa consistenza della quotidianità, e tutto era avvolto da un’aura di possibilità. Quella bambina, che cresceva in un Paese proiettato nella positività della crescita economica e dei consumi per tutti, non aveva fratelli e sorelle ma si coltivava un mondo suo, fatto già di scrittura, disegni e immagini. Quella bambina non viveva in un bozzolo di vetro né di cartapesta, e aveva due genitori veri, due persone a 360°, che non annullavano i loro problemi per fingere di essere perfetti. Crescendo, quella bambina ha dovuto imparare che se la fantasia era stupefacente, meravigliosa e ricca di scoperte, ma occorreva anche sapersi collocare con più esattezza nella realtà. Questo risultava già più complicato, perché significava rapportarsi concretamente con gli altri. Uscire dal suo piccolo nucleo familiare, dal cortile e dal paesino, per capire che si faceva parte di cerchi concentrici tendenti a infinito. Lei faceva parte non soltanto di una famiglia, ma di una categoria di persone diversa da altre.

Per esempio, questa categoria lavorava per necessità. Lo faceva di buona lena, contenta di portare il pane a casa e di poter via via crearsi una dimora più accogliente. Risparmiando giorno dopo giorno per costruire una piccola e confortevole sicurezza. Per esempio, questa categoria non consumava pasti in silenzio guardando la televisione, ma si parlava e confrontava sull’attualità, sulla politica, su quello che succedeva attorno. Per esempio, non si davano le cose per scontato. Bisognava guadagnarsele. C’è stato un periodo in cui questa bambina si è sentita soffocata. A quel punto non era più una bambina, ma quella terrificante via di mezzo in cerca di identità. Avrebbe voluto scrollarsi di dosso tutti quei valori così pesanti e impegnativi. Lo ha anche fatto, fino a un certo punto. Ma resisteva sempre una certezza: mai gettare tutto al vento. Perché non c’è possibilità di recupero per chi ha le spalle scoperte. Quando si nasce e si vive sentendosi dire che c’è un limite a quello che si può fare, quando si apprende il valore reale delle cose, del lavoro, dell’impegno, si può anche essere adolescenti ribelli, ma non si andrà mai oltre un certo limite. Potevo anche waste myself nelle stanze buie, impregnate di persone e fumi e punk rock, ma sarei tornata tranquilla a casa, e il giorno dopo mi sarei ripresa con dosi tremende di caffelatte, e avrei fatto in modo di non farmi bocciare nell’orrido liceo in cui avevo da sola scelto di andare. (ora non rimpiango, non più). Potevo anche scappare di casa subito dopo la maturità, pensare di gettare al vento gli sforzi, gli studi, le opportunità. (la prima parte l’ho fatta, la seconda no, e di questo ancora devo dire grazie. grazie a chi mi aspettava fuori da lavoro, con una pazienza indomita, il sorriso sul volto a smontare la mia finzione di sicurezza). Potevo anche salire sulla giostra dell’Università, fare qualche giro nell’ebbrezza, ma poi tornavo a studiare, a dare esami, a prendere buoni esami, a fare cose. Quand’è che ho iniziato a fare tante cose? Boh. So solo che sono sempre stata pigra ma anche senza pace. Non ho mai saputo annoiarmi, anzi ho sempre temuto l’assenza di interessi e novità come la mia principale nemesi. Ma perché tutto questo “pippotto” prima di entrare nell’argomento di questo post personalistico, che peraltro concluderò ora in poche righe? Per far capire una cosa molto semplice, che speravo fosse chiara ma invece evidentemente ancora non risulta esserlo. Non sono venuta su dalla bambagia. Mi sono stati fatti grandi, grandissimi regali: dai miei genitori, dalla mia famiglia, da alcuni amici veri. Ho colto delle opportunità che si sono presentate e le ho messe a frutto. Ma so bene a chi devo dire grazie e so bene per cosa. Questo è tutto. Al di fuori dal cerchio della gratitudine e della fedeltà (che sono due valori sacrosanti, se si intende la fedeltà a una persona come un concetto che travalica la suddivisione fra amore, amicizia o semplice correttezza professionale : siamo uniti da un patto, lo rispettiamo) non sono più disposta a fare sconti. C’è troppo malessere nel mondo, bisognerebbe essere dei santi per continuare a porgere l’altra guancia. La vocazione al martirio, l’ho già detto, non mi appartiene. Né tantomeno quella alla sottomissione. Non c’è bisogno di scatenare guerre né di cedere al rancore. Solo memoria lunga e braccia conserte, al momento giusto.  Se poi dovessi ricevere l’illuminazione e trovare il nirvana, vi faccio un fischio. Nel frattempo, passi lunghi e ben distesi. 😉

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