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Stiamo attraversando un momento che mi lascia un senso di profondo sconcerto, non lo nascondo. Mentre in Nord Africa e in Albania le popolazioni insorgono con tutta la rabbia della loro libertà soffocata per anni, qui in Italia le masse ottenebrate dal soft power pervasivo dell’ignoranza e della rassegnazione, dell’individualismo e del menefreghismo, a stento riescono a bonfonchiare qualcosa. Qualcuno scende in piazza, ma siamo ben lontani da una protesta di massa. Oggi è stato il turno delle donne indignate dagli stereotipi offensivi e dalla strumentalizzazione del corpo femminile; ieri ha sfilato una classe operaia sempre più marginale e meno tutelata. A questo proposito, un aneddoto raccontatomi da mio padre, da oltre 30 anni operaio metalmeccanico, la dice lunga: qui nel ravennate, luogo storicamente di sinistra, dove le tutele sono sicuramente maggiori che altrove, ad alcuni operai è stato testualmente detto che se volevano lavorare,  avrebbero avuto la paga oraria decurtata di due euro. In un contesto dove gli stipendi sono già inadeguati al costo della vita, ma dove la disoccupazione è una minaccia tangibile, in molti avranno piegato la testa al ricatto. Insomma, c’è da vergognarsi di essere qui e di vivere in queste condizioni senza provare un moto di ribellione perenne. Io lo provo, so che altri lo provano, ma inizio a sentirmi parte di una minoranza totalmente irrilevante. Anzi: inizio a sentirmi a cavallo di due diverse minoranze, entrambe totalmente irrilevanti.

Faccio parte di quella generazione di giovani-ma-non-più-così-tanto, che hanno già avuto diverse esperienze di studio, lavoro e vita all’estero e che decidono, contro ogni ragionevole aspettativa e mostrando palese mancanza di buon senso, di impiegare larga parte del proprio tempo e delle proprie energie a cambiare le cose. E questa è già una minoranza. Non solo: faccio parte di un’ulteriore minoranza, perché ho deciso di impegnarmi (non solo, ma soprattutto) all’interno di un partito.  Chi segue il tragitto di questo blog (un anno e mezzo di riflessioni e pensieri) sa bene quanto io sia fautrice di una partecipazione a 360°, e quanto io creda davvero che ogni nostro atto può avere una risonanza ben maggiore di quanto comunemente si pensi: è questo il concetto delle piccole rivoluzioni tascabili. Tuttavia, col passare del tempo mi sto sempre più convincendo che tante piccole rivoluzioni non possano avere la stessa prorompente forza dell’unità di intenti. Ecco, in una fase come quella attuale le “buone pratiche” individuali non sono più sufficienti. Bisogna andare oltre, cercare di uscire dall’apatia e dall’immobilismo che sembra aver invischiato il nostro Paese. E come ci siamo ridotti a questo punto? Ormai mi è chiaro: con una vera e propria – ben studiata, ben applicata – regressione culturale. Di cui temo che anche la sinistra sia stata colpevolmente complice. La mancata risoluzione del conflitto d’interessi potrebbe consegnarci alla storia. Ci studierebbero nei musei, se gliene fregasse qualcosa dei musei a quelli che ci stanno divorando pezzo per pezzo. Ma chi sono “quelli”? Sono quelli che hanno capito due cose fondamentali su come si governa la gente. Primo passo: togliere diritti, togliere speranze, peggiorare le condizioni di vita, minare alla base le fondamenta dell’uguaglianza sociale, a partire dall’istruzione e dal welfare. A questo sbrindellamento delle funzioni dello Stato deve accompagnarsi aun’altra pratica: la creazione di un mondo immaginario, apparentemente alla portata di tutti. E’ il magico mondo televisivo, dei giornali scandalistici, dei reality e di sempre più larga parte dell’informazione, anche quella “seria” e “di sinistra”.  Dove non si raccontano fatti, ma si scandiscono a gran voce opinioni, spesso senza fondamento. Dove è perennemente accesa la macchina del fango ma non si entra mai nel merito delle questioni. Dove ci si urla addosso senza sapere perché. Eppure è un mondo in cui tutti (schiavi di una vita sempre meno facile, con minori garanzie e minori prospettive) vorrebbero entrare. Perché se ci entri ce l’hai fatta: sei una soubrette sculettante, un politico urlante, un imprenditore intrapredente o qualcosa del genere. Ma almeno non sei quella merda che al mattino si sveglia, si immette nel traffico, va a un lavoro dove lo pagano una miseria e dove ha  un contratto atipico (che di atipico in quei contratti ormai non c’è più niente, visto che si stanno diffondendo a macchia d’olio). Beh, tornando al titolo del post. Regressione culturale, gente. E’ questo quello contro cui dobbiamo lottare. Guardatevi attorno. Io oggi l’ho fatto. In tutta Ravenna non sapevo più dove comprare un cd, se si escludono un paio di negozietti in centro. Così mi sono infilata al volo in un centro commerciale, cosa che di sabato pomeriggio può rivelarsi particolarmente perniciosa, e ho scoperto con sgomento che gli un tempo ampi scaffali di dischi, cd, film sono diventati striminziti. Pochissimi titoli, supercommerciali. Appiattimento. Non si può pensare che una famiglia passi il proprio tempo, nella concitata vita piena di ostacoli di cui sopra, ad andare a zonzo alla ricerca dei negozietti. Neppure io ne ho più occasione e spesso sacrifico la voglia di annusare copertine e scoprire nuovi artisti alla comodità dell’acquisto online. Comunque. Abbiamo riempito le periferie di centri commerciali che hanno ammazzato i negozietti, o almeno la maggior parte di essi, e adesso i centri commerciali stanno ammazzando la varietà culturale che i negozietti offrivano, e ci ritroviamo ancora più spogli, denudati di sogni e idee, pronti a essere invasi da sogni e idee preconfezionati che fanno di noi pecore pronte al macello. E’ su questo terreno che dobbiamo tornare a lottare. Cultura contro l’oscurantismo di un’apparente e ingannevole libertà.

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2 thoughts on “La regressione culturale in Italia

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