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Sarà che mi trovo a Bruxelles e che per una volta sono da sola in silenzio.  Dopo tanto tempo che ci penso, devo dare forma a questa sorta di sensazione che si sposa anche con la ragione. Ecco di cosa si tratta: il concetto di casa. Per una generazione come la mia si tratta di una parola che ha un significato duttile. Le tante case che si cambiano durante gli studi, le continue convivenze dovute agli affitti sempre più cari, il fatto che si inizia a vivere in coppia mediamente più tardi di un tempo: sono tutti fattori che rendono il nostro concetto di casa diverso da quello dei nostri genitori. I genitori, all’età in cui scrivo, erano adulti a pieno titolo. Molti di noi no. Rispetto a loro, siamo forse più immaturi e meno responsabili, eppure abbiamo una grande opportunità in più, quella di viaggiare. L’ho sempre fatto per tradizione (a casa mia si viveva modestamente durante l’anno, ma poi d’estate per niente al mondo si rinunciava a partire) e perché mi piace. Non lo definirei turismo, perché ho sempre preferito immergermi nelle realtà piuttosto che guardarle da fuori. Ed è forse per questo – o perché da piccina già annusavo i mille odori e guatavo i mille colori e tagli d’occhi diversi dai miei, a Parigi – che a un certo punto ho capito di essere a casa praticamente ovunque. Mi sento a casa in Italia col nostro cibo, i nostri sapori, il nostro essere fieramente attaccati al territorio; mi sento a casa a Bruxelles con le casette dal tetto a punto, le frites, i locali rumorosi dove convivono giovani e famiglie; mi sono sentita a casa in Francia, in Spagna, in Germania, a Malta…e mi sento a casa ovunque resti più di qualche giorno e riesca a farmi intendere con la lingua, il che significa avere a disposizione un continente. E’ un continente tremendo il nostro, abusato dalle tante guerre e rivoluzioni, deturpato dalla ricerca di produttività e dall’industrializzazione, eppure pieno di bellezza, di cultura, di angoli ancora genuini. Non la conosco tutta quest’Europa, forse non ci riuscirei neppure applicandomi ad esplorarla tutta la vita. Eppure nella sua crescente mescolanza, nel suo essere terra di gelo e di sole, ritrovo la varietà umana e mi riscaldo al motto “uniti nella diversità”. L’Europa non è perfetta perché non lo sono né i suoi abitanti né i suoi governanti. L’Europa deve ancora superare mille paure e complessi, si trova anzi in un momento critico. E come sempre, dubita. Ecco perché l’amo: perché da sempre s’interroga e perché teme le arroganti certezze.

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