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Metti un sabato piuttosto uggioso. Ti svegli, anche se è maggio ti accoglie un cielo grigio e ben poco invitante, ma nonostante le poche ore di sonno sai che questa giornata avrà un senso e così ti barcameni fra i soliti riti mattutini: il caffé annacquato, lo yogurt mangiato al volo, una rapida rimessa in sesto. Sei pronta. Non completamente lucida, ma ragionevolmente senziente.

Sei un po’ in ritardo, ma questa è consuetudine. Il mondo dovrebbe girare con un moto appena più lento per essere sintonizzato con te. E comunque ti ritrovi all’Astronave, nel quartiere Barona, e c’è gente che non conosci e gente che invece conosci da qualche mese. Un gruppo eterogeneo. Ci guardiamo, decidiamo il da farsi, ci riuniamo in una sala prove. Sedie in circolo, si inizia a parlare. Cosa desideriamo, cosa ci ha spinti a incontrarci?

Penso che il minimo comune denominatore sia il voler fare qualcosa che serva. Proveniamo da mondi diversi e abbiamo passioni e abilità che soltanto in parte coincidono. Ma tutti abbiamo un certo sguardo sulla realtà. Tutti desideriamo metterne in luce la complessità e, nel farlo, contribuire a cambiare ciò che, in questa realtà, non ci piace.

Ma come si cambia l’esistente? Rappresentandolo, parlandone, ritraendolo, interpretandolo. Creando e immaginando. Scambiandosi idee, opinioni, punti di vista. Questo avviene quando si incontrano persone con le quali si è in sintonia. Molte volte non importa neppure troppo da quanto ci si conosce, perché alcune affinità emergono subito. Ed ecco che bastano alcuni minuti in quella sala prove a sentire quel familiare formicolio interiore. Quello che provi quando, appunto, senti di essere fra chi come te ha tanta voglia di fare. Di chi non si accontenta di mugugnare sul divano. Di chi è disposto a mettere in gioco tempo ed energie per cambiare un pezzettino di presente e di futuro.

Il progetto è ancora vago e non ne parlerò qui, perché spero di parlarne (tanto) nei prossimi mesi. L’idea è però utilizzare i tanti mezzi a nostra disposizione (dalla fotografia alla ripresa, dalla scrittura alla registrazione sonora) per raccontare – fra passato, presente e futuro – un territorio dall’incredibile varietà. La Barona, a Milano. Un luogo che frequento da qualche mese, che mi ha tratto a sé quasi per caso. E dove stranamente mi sono sentita a casa più che in molte altre zone. Da Corso Genova passando per i Navigli, mi piace arrivare qui a piedi. Mi piace la chiesetta di San Cristoforo, la piazzetta antistante, quell’aria da paese.

Parliamo un’ora e mezza ed è tutto un fluire di idee e di stimoli. Il cervello lavora e ben presto lo stomaco reclama. E così si va a pranzo, ed ecco l’altra piacevole sorpresa: siamo già una tavolata che ride e scherza. Sarà il vino, sarà il buon cibo, sarà quella familiarità che si instaura rapidamente fra chi sente di condividere qualcosa? L’atmosfera è quella che potrebbe esserci fra vecchi amici che si ritrovano. E si scoprono persino conoscenze e punti di riferimento in comune. Come dice una di noi: per chi ha la mente aperta, dopo tutto, il mondo è piccolo. Piccolo perché si è a casa ovunque, si possono esplorare infiniti orizzonti, si creano connessioni fra persone, idee, e così i legami crescono.

Ma le sorprese non sono certo terminate: dietro la Barona c’è tutto un mondo sconosciuto. La campagna. D’un tratto ti ritrovi in mezzo alle risaie. Nel frattempo il cielo s’è fatto azzurro, l’aria piacevolmente tiepida. Esci dal ristorante e vai a vedere la piccola meraviglia d’una chiesetta in mezzo alle risaie allagate. A fianco, una cascina con le mucche. E’ un altro orizzonte, a poco più di mezz’ora a piedi dal centro di Milano.

Ed è a piedi che come al solito, appunto, torno nel centro di Milano. Passando per l’amato Naviglio grande. E’ diventata proprio una bella giornata, che rispecchia il mio umore. Mi sento contenta di essere qui e ora. D’accordo, ci sono tante cose che potrebbero andare un po’ meglio. Ma nessuno può togliermi la soddisfazione per una giornata così ricca di entusiasmanti incontri e idee. E nessuno può neppure togliermi la felicità nel vedere che tutti hanno dato, tutti hanno contribuito affinché questo piccolo miracolo fosse possibile. Questa è la Milano che mi piace. Quella che vuole cambiare le cose. Spero, e credo, che riusciremo a farlo. Intanto, passeggiando ho fatto qualche foto.

La prima in alto raffigura, neppure a dirlo, la chiesetta in mezzo alle risaie. Un paesaggio quasi incongruo se ci pensa che siamo a un chilometro dalla tangenziale e a forse quattro chilometri dal Duomo.

La seconda ritrae la chiesetta di San Cristoforo, sul Naviglio Grande. Mi è sempre piaciuta, con le case basse attorno e, di lato, il ponte di ferro che attraversa il canale. Quando l’ho fotografata, all’interno si celebrava un matrimonio.

Ciò che vedete qui di fianco invece, è un edificio in stato d’abbandono sempre lungo il Naviglio. Non so perché, ma mi hanno sempre affascinato le case diroccate oppure un via di costruzione. Quel loro non essere più, o non essere ancora, un luogo chiuso e definito, ma uno spazio che si apre al cielo, all’erba, alla terra. Sotto trovate un altro scatto della stessa casa.

E’ bello il sabato pomeriggio in questa zona di Milano. Non c’è il caos del centro, ma c’è un bel movimento di persone. Gente che va in bici o aspetta il tram, poca frenesia, volti ragionevolmente rilassati. Proseguo con la macchina fotografica nelle mani, faccio scatti che possono avere anche poco senso, ma intanto raffiguro questa giornata di sole e di incontri imprevisti. Questo senso di leggerezza, condito di gioiosa aspettativa per quel che verrà, non li sentivo da tanto tempo. Quando sono di questo umore sono propensa a mettermi a chiacchierare con chiunque incontro e così scambio anche due chiacchiere col pensionato che cura uno spazio prima abbandonato, riempito di erbacce. Ora è un grazioso giardino, che allieta lo sguardo quando ci si passa a fianco. Gli chiedo se posso fotografarlo ed è tutto contento, fiero di ciò che è riuscito a fare.

Perché mi piace la zona da Porta Genova alla Barona? Perché fra questi due punti si snoda un’incredibile diversità. Un po’ tutta Milano è un inaspettato connubio di spazi ordinati e di spaventosa entropia. Basta allontanarsi di pochi metri dalla chiesetta di San Cristoforo e già si trovano le case diroccate, come quella di prima. E poi ci sono gli onnipresenti lavori in corso, sorta di piaga perenne, ferita aperta della moderna città. Si costruisce. Si asfalta. Si distrugge. Si riasfalta. Le strade sono ricolme di buche e cicatrici. Rappresentazione di una mancata progettualità o soltanto della mania, tutta milanese, di creare e cancellare in spazi di tempo estremamente ristretti? Una tradizione che risalirebbe addirittura all’antichità e che spiega perché siano sparite così tante realtà, precipitosamente sostituite da ondate susseguenti di edifici, negozi, persone, abitudini.

Eccola, l’entropia. Qualcosa che riesce a creare un sottile disagio allo sguardo, alle orecchie, al naso. Dietro all’ordine apparente di questa città domina incontrastato il caos. Ma a volte il caos può anche essere interessante. Come quello che si respira alla Fiera di Senigallia, che ha luogo ogni sabato in uno strano spazio che si trova a metà fra il Naviglio Grande e la Stazione di Porta Genova. Qui trovi bancarelle con le cose più strane, dall’abbigliamento alternativo a quello vintage, passando per la pura chincaglieria. E la varietà di persone è incredibile. Freak, dark, semplici scoppiati e personaggi storici della zona, che ho imparato a riconoscere. Anche di spalle. Ed è di spalle che ho ritratto uno di essi, e solo per questo ne pubblico la foto. Chi lo conosce, ne avrà abbastanza per capire. Agli altri rimanga quel vago senso di mistero e curiosità di quando ci si accosta a un mondo sconosciuto.

Così, felicemente avvolta dall’atmosfera dell’incontro mattutino, è come se già avessi iniziato il mio viaggio di rappresentazione. A dire il vero, rappresentare la complessità, la varietà a volte bella a volte terribile dell’esistente, è sempre stata una mia passione. Come la volontà di cambiamento. Più che volontà una necessità, una spinta dell’immaginazione. L’immaginazione al potere. L’immaginazione è potere. E così sta a tutti noi immaginare un domani migliore, e fare tutto quello che possiamo perché questo accada. Dovesse andare comunque male, almeno ci avremo provato. E potremo sederci, come il personaggio qua a fianco, con una birra in mano, in un pomeriggio di sole, a contemplare il caos che ci circonda.

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5 thoughts on “La Milano che mi piace. Quella che vuole cambiare le cose.

  1. Pingback: Milan travelling | world travel tours

  2. Doris, un piacere leggere che anche per te sia stata una giornata positiva! è soltanto l’inizio.
    ricorda di dare un’occhiata a shootforchange.net

    ciao!
    n

  3. ancora una volta le tue parole rispecchiano il suono di quello che sento anche io nel mio cuore pazzerello…le connessioni di cui parli, quelle che si creano quando si vuole veramente incontrare l’altro, sono quello che mi ha spinto ad andare avanti e mi ha riportato a Milano e sono la molla, il motore di questo mondo che ci attrare proprio xche così infinatamente vario e pieno di mondi possibili al suo interno….tutti da scoprire e portare con noi…Grazie Doris…

  4. Che sorpresa la chiesetta in mezzo alle risaie e cosí vicino al centro di Milano!
    Mi piace anche il pensionato co la passione per il giardinaggio!
    Congratulazioni Doris per il tuo stile di scrittura, per comi rappresenti le cose e quello che provi dentro!
    Mi fai sentire orgoglioso di té………….

  5. Carissimo Massimo,

    grazie mille per i tuoi apprezzamenti! Devo dire che la scrittura è fin da piccola la mia principale passione, anche se non certo l’unica…quindi sapere che alle persone fa piacere leggermi per me è una grandissima soddisfazione! Sperando ovviamente che non sia soltanto la forma, ma anche il contenuto a colpire le persone 🙂 E che questi punti di vista servano come piccolo contributo per cambiare le cose.

    Un caro saluto!

    Doris

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