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Il Primo Maggio si celebra la festa dei lavoratori. Forse non tutti ricordano che le radici di questa ricorrenza sono nella lotta sindacale. Forse non tutti ricordano, allo stesso modo, che i diritti non sono mai stati generosamente elargiti. I lavoratori se li sono dovuti conquistare, a volte a caro prezzo. Si parla di questo, a quasi 150 anni dall’istituzione di questa festa? Lo si dice forte e chiaro che il massimo che si sarebbe potuto ottenere dalle forze liberali o conservatrici avrebbe potuto essere un po’ più di filantropia? Ce li ricordiamo certi scritti del milleottocento, dove la povertà dei lavoratori equivaleva a uno stigma morale, a una colpa incancellabile?

Strano che in tempo di crisi non si faccia un po’ di analisi retrospettiva. Dovremmo saperlo che molte volte è proprio volgendosi indietro che si possono trovare utili indicazioni per il futuro. Invece eccoci qui. Nel mondo occidentale, sono  più di vent’anni che il lavoro perde valore. Il potere d’acquisto viene rapidamente eroso mentre l’economia intangibile assume una preminenza sempre maggiore. La crisi economica, almeno in parte, prende origine proprio da questo fattore. Un lavoratore impoverito è un lavoratore che non riesce a pagare i propri debiti. Si crea una spirale di sfiducia. A questo si aggiunge una gestione ben poco oculata della finanza, avvelenata dai derivati e dai titoli tossici. Il mix è esplosivo… e la bomba non tarda a esplodere. Ecco, è arrivata la crisi. Ma chi viene colpito maggiormente dalla crisi? I lavoratori. E chi ha visto, dagli anni ’80 a questa parte, erosi i propri diritti? I lavoratori.

Allora spiegatemi perché le piazze non sono piene. Spiegatemi perché mentre Napolitano e Bersani dicono forte e chiaro che l’occupazione è la priorità, il governo si occupa di tutt’altro. Spiegatemi perché il Paese non viene finalmente percorso da un’ondata inarrestabile di protesta.

Il fatto è che ci eravamo adagiati. La lotta degli anni ’60 e ’70 ha prodotto risultati, in realtà, solo per la generazione che quella lotta l’ha fatta e per pochi altri. Noi, i loro figli, abbiamo assistito con sgomento al progressivo deterioramento dello Stato Sociale. L’aggressione alla Scuola pubblica, alla Sanità, l’erosione dei diritti dei lavoratori con l’infame pacchetto Treu del 1997. Avevo 15 anni. Questo significa che la mia vita lavorativa è partita già in salita, come quella di tutti coloro che hanno indicativamente dai 20 ai 30 anni.

Quel pacchetto, e le successive leggi che hanno di fatto istituzionalizzato il precariato, avevano l’amabile scopo di “promuovere l’occupazione”, andando verso il modello della flessicurezza. Si è parlato spesso di questa magica combinazione fra flessibilità e sicurezza, tanto in voga in ambito europeo. Funzionerebbe anche, se il contesto fosse diverso. A noi italiani è stata data tutta la flessibilità del mondo, e neppure un’ombra di sicurezza. E’ servito a incentivare l’occupazione? Forse. Ma quale? Lavoro non garantito, con diritti incerti, contributi previdenziali irrisori, prospettive ridicole. Un modello occupazionale su cui basare lo sviluppo futuro? La risposta è sotto gli occhi di tutti. Abbiamo bruciato, nell’arco di 30, conquiste duramente acquisite dalle lotte sindacali e operaie. Il modello sociale ed economico non regge più e potrebbe crollare definitivamente non appena la generazione fra i 50 e i 60 anni (che rappresenta l’attuale welfare dei ventenni e trentenni) andrà in pensione o finirà anch’essa le proprie risorse.

La risposta dovrebbe essere immediata e coraggiosa. Tornare a dare garanzie sia ai lavoratori che alle aziende, soprattutto quelle più piccole che non hanno accesso al credito. Nel caso, lavorare meno per lavorare tutti. Sarebbe anche l’occasione di ripensare il modello di sviluppo economico: focalizzarci sulla qualità e non sulla quantità, sia dal lato della produzione che da quello dei consumi. Ricominciare a investire in ricerca, soprattutto quella correlata allo sviluppo delle energie rinnovabili, e gettare nel dimenticatoio una volta per tutte il nucleare. Tornare a un modello di cittadinanza inclusiva, dove a tutti è data la possibilità di vivere dignitosamente e partecipare pienamente alla vita sociale e politica.

Il Primo Maggio 2010, invece, si celebra il lavoro che non c’è più. Abbiamo un tasso di disoccupazione giovanile che è fra i più alti d’Europa. I lavoratori scoraggiati, quelli che non vengono computati come disoccupati perché hanno smesso di cercare impiego, sono in aumento. E tutto ciò non può che rendere più lunga e acuta la crisi.

Spero che nel prossimo Primo Maggio si respiri un’aria diversa. Sogno un’Italia libera dalle contingenze del berlusconismo, capace di tornare a guardare al futuro. Di investire nei giovani, di ridare dignità al lavoro che, secondo quanto dice la nostra Carta Costituzionale, è il fondamento della Repubblica Italiana. Questo è ciò che ci dobbiamo augurare, e allo stesso tempo forse sarebbe ora di tornare ad affilare un po’ le armi, se non altro quelle politiche. Perché troppo spesso dimentichiamo che prima occorre lottare per acquisire i diritti. Poi però bisogna continuare a lottare, giorno dopo giorno, per mantenerli.

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One thought on “Primo Maggio. Un’Italia senza lavoro è un’Italia senza futuro.

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