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Qual’è il legame che accomuna le quattro parole che formano il mio titolo? Si tratta, in realtà, di un legame molto più stretto di quanto possa apparire a prima vista. Vediamo di snodare il filo logico del ragionamento che, questa mattina, mi ha suscitato un articolo che ho letto su MyMarketing.

Innanzi tutto, cosa intendiamo quando parliamo di Me-generation? Facile: la generazione – della quale sciaguratamente faccio parte – che mette al centro della propria vita la realizzazione di desideri e aspirazioni egoistiche. Per sintetizzarlo con un famosissimo e azzeccato claim “tutto gira intorno a te”.

Potremmo chiamarla anche la “generazione delle opportunità”: chi è nato dagli anni ’80 in poi, in effetti, ha avuto possibilità  del tutto differenti rispetto a quelle dei propri genitori. Basti pensare alla percentuale di chi ha intrapreso percorsi universitari, a chi ha potuto permettersi viaggi e soggiorni prolungati all’estero, a chi ha avuto modo di studiare diverse lingue straniere ed approfondire a lungo la propria formazione. Purtroppo esiste anche il rovescio della medaglia: tutte queste opportunità, tutte queste attenzioni dedicate alla realizzazione personale, hanno prodotto un atteggiamento individualista ed egoista. Ognuno, perso nel proprio soliloquio esistenziale, si concentra quasi esclusivamente su ciò che vorrebbe per sé. Manca il senso di comunità, manca il gusto dello scambio reciproco, tutto è ridotto – più o meno consapevolmente – a utilitaristico tornaconto.

A questo si accompagna un altro inquietante aspetto: la legittima voglia di essere riconosciuti e apprezzati dagli altri ha assunto dimensioni maniacali. Chi ha visto Videocracy sa di cosa sto parlando: conta prima di tutto apparire, l’essere è funzionale a questo. Occorre costruire la propria personale formula di successo. E’ così che i programmi televisivi, ma anche troppe tribune politiche e redazioni giornalistiche, si popolano di “personaggi” e non più di persone. Macchiette stereotipate, esagerate, senza sfumature.

Mi pregio, a questo proposito, di inserire qui anche il meraviglioso Caparezza che con la sua “Età dei Figuranti” ha ben fotografato il fenomeno. “Perché nella vita vince chi figura”.

Tornando alla primaria fonte di ispirazione di questo post, ecco cosa scrive My marketing a proposito di questa generazione:

“La Generazione ME è quel gruppo di persone nate dagli anni ’80 in poi, che, così come la parola stessa ben descrive, pensano solo a se stessi, alla loro carriera, alle loro opportunità. Anzi, è proprio l’abbondanza di queste opportunità che rende i giovani ME fin troppo sicuri di sé e allo stesso tempo molto indecisi su quale strada intraprendere. (…)

Si capisce dunque fin da subito che questa nuova ME Generation è un gruppo al quale è molto difficile parlare e comunicare i propri valori di marca. (…) La creazione di una pagina Facebook con contenuti aggiuntivi non basta, così come non bastano i concorsi: “spedisci la tua foto e vinci un premio.” Alla Generazione ME serve altro. Nello specifico, cresciuti a pane, reality show e iniezioni di autostima, alla Generazione ME serve che le marche li aiutino nel diventare famosi.”

Eccoci, ci risiamo: anche il marketing deve fare i conti con la voglia di diventare famosi di questa generazione cresciuta nel mito del “tutto è possibile”, dell’individualismo, del valore personale. Peccato però che in questo momento ci troviamo in una situazione in cui non tutto è possibile. Anzi: è molto facile che i sogni di realizzazione, di ricchezza e riconoscimento si infrangano contro un mercato lavorativo e un contesto socio-culturale che, in Italia, sono stagnanti come non mai per i più giovani.

Cosa fa il nostro egocentrico solipsista quando si scontra con questo dato di fatto? Nulla: si siede sul divano sbuffando, si ubriaca più spesso del solito, cerca di scappare all’estero. A questa generazione mancano gli anticorpi per rivendicare i propri diritti. Cresciuti credendo che tutto fosse loro dovuto, molti ragazzi di oggi non hanno mai fatto davvero i conti con le difficoltà della vita. E appena si manifesta un problema, si trovano completamente disarmati. Anziché cercare di cambiare un sistema che vedono come sbagliato, tutt’al più provano a cambiare la propria vita. Non si ricordano che prima del “tutto gira intorno a te” esistevano altri claim: “uniti si vince”, per esempio. E così, affidandosi alle proprie reti di sostegno personali, ma senza mai strutturare un percorso condiviso con chi vive nelle loro stesse condizioni, perpetrano le condizioni che rendono possibile continuare a sfruttare la situazione.

Perché a qualsiasi datore di lavoro minimamente consapevole basta prendere da parte il giovane in questione, dirgli che crede in lui, che il suo valore è fuori discussione e che le sue capacità sono riconosciute. Che è un asset per l’azienda, insomma. Ma che per il momento deve accontentarsi di 500 euro al mese, finché il bilancio non va in attivo. Che poi ne parleranno, ma che non si preoccupasse. E il giovane ci crede. Siamo cresciuti con la convinzione di essere unici, irripetibili, speciali. Ce lo hanno detto i nostri genitori. Ce lo hanno sussurrato le pubblicità. E ora ce lo ripetiamo con un mantra. Che la barca affondi pure: noi ci salveremo di sicuro, grazie alle nostre innegabili, superiori capacità.

Eccolo, in fin dei conti, il motivo primario del disinteresse di questa generazione per la cosa pubblica. A che pro occuparsi dei molti quando al primo posto ci siamo noi? Quando siamo assolutamente al di sopra di qualsiasi cosa? Storcendo il naso di fronte alla difficile arte del compromesso politico, alla quotidiana pratica della cittadinanza, ai valori e agli ideali, i nostri cari ragazzi tornano a sbuffare sul divano. In attesa di tempi migliori.

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One thought on “Me-generation, videocracy, marketing & politica

  1. Apprezzo molto, perché l’esposizione è quasi “darwiniana”, in particolare sul tema della lotta per la sopravvivenza, sulla capacità di adattarsi e sulla collaborazione fra i membri di uno stesso gruppo. C’è una differenza sostanziale, riguardo al primo punto: qui c’è in questione la sopravvivenza del singolo individuo e non di una comunità, di una “tribù”. In una comunità tutti collaborano, perfino i banchi di sardine adottano strategia per non farsi divorare dai predatori. Un individuo, da solo, è debole, soprattutto se si crede invincibile.

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