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Che ci crediate o no, in questa foto vedete ritratto il mio personale stato sociale: mia madre e mio padre. Sono loro che mi permettono di sorpassare le già tante difficoltà incontrate nel primo periodo della mia vita lavorativa.

Partendo dall’inizio, se non ci fossero stati loro avrei già avuto i miei bei problemi a fare l’Università. Ho sempre avuto la borsa di studio Arstud (per ottenere la quale occorreva sorpassare i gironi infernali della burocrazia e astrusi modelli ISEE, che qualcuno ce ne scampi e liberi), ho lavorato part-time, ma puntualmente ogni mese arrivava il contributo familiare a salvarmi dalla miseria e dall’inedia.

Fossi nata in qualche altro Paese europeo, avrei avuto una borsa capace di coprire tutte le spese, o perlomeno una parte molto più consistente del mio mantenimento. In Danimarca e Germania, per esempio, avrei potuto vivere da sola senza gravare sulle casse dei miei. Certo, alcuni di questi sistemi prevedono poi la restituzione dei fondi erogati. Ma se il raccordo fra Università e mondo lavorativo funziona, e soprattutto se la politica occupazionale si basa su fondamenti sostenibili, questo sistema può agevolmente funzionare. Invece no.

Non sono proprio l’ultima arrivata nel mondo del lavoro: a casa mia, per fortuna, da sempre vige la filosofia “l’essenziale lo paghiamo noi, per il superfluo lavora” e così ho subito iniziato a fare i miei lavoretti stagionali e part-time. Tutte esperienze formative, che almeno mi hanno salvato dall’essere troppo viziata. Di lavoretti ne ho provati un po’ di tutti i tipi, da quelli più carini (come dare informazioni turistiche nei mesi estivi) a quelle avvilenti, come distribuire materiale pubblicitario dopo scuola (ricordo i continui insulti della gente e i cagnacci che mi spaventavano a morte, sbucando inferociti da dietro i cancelli).

Poi, all’Università, il magico part-time universitario, e la progressiva assunzione di responsabilità. In questo periodo della mia vita pensavo ancora che il mondo del lavoro sarebbe stato generoso con me. Perché credere il contrario? Lavorando mio padre aveva costruito qualcosa: aveva una casa sua, poteva andare in vacanza ogni anno, metteva via qualche risparmio e manteneva la figlia agli studi. Io mi sarei laureata e di sicuro avrei ottenuto almeno lo stesso. No?

Il primo assaggio che, con il progressivo consolidarsi del precariato e delle forme di “lavoro atipico” le cose stessero mettendosi molto male, l’ho avuto quando ho svolto un tirocinio di 3 mesi in azienda. E’ vero, appena arrivata non sapevo nulla di quel mondo. Ma ho imparato in fretta, dimostrando di sapermela cavare. Ciò nonostante, prendevo 400 euro al mese per otto ore di lavoro al giorno. Niente ferie, né malattia. E col tempo avrei capito che avrebbe potuto capitarmi di peggio. Molto di peggio. Mi avrebbero anche assunta, infatti; sono stata io a preferire di finire prima gli studi, tanto più che quel settore non mi entusiasmava affatto. Col senno di poi, qualcuno potrebbe dire che ho gettato via una grande occasione: quella del fatidico contratto a tempo determinato, anticamera quasi sempre dell’agognatissimo contratto a tempo indeterminato. Fantastiche chimere, oggi.

Adesso vivo a Milano. La mia situazione è, ancora una volta, migliore di molte altre. Ho un contratto a progetto di un anno, vengo pagata regolarmente e non posso certo lamentarmi, sotto molti punti di vista, del trattamento che mi viene riservato. Peccato che sia il contesto a essere completamente erroneo. Sono laureata, parlo pefettamente tre lingue e ho determinate competenze che prima non possedevo, e prendo meno di quanto prendessi 10 anni fa nei lavori stagionali. E’ solo uno dei tanti emblemi della perdita di potere d’acquisto della classe lavoratrice italiana. Non si parla solo di economia, né di vil denaro fine a sé stesso. Non mi interessa la barca a vela, me ne frego degli status symbol, non voglio borse o abiti firmati. Voglio poter pensare al mio futuro e non essere intrappolata nella contingenza di un conto in banca sempre vuoto. Voglio poter alzare lo sguardo e dire, come hanno potuto dire i miei genitori: lavoro, sono indipendente, posso farmi la mia vita.

Invece se arriva una bolletta troppo alta, se devo andare dal dottore, se mi si guasta la macchina, se devo fare qualsiasi cosa che esuli da affitto+spesa+qualche uscita low cost, puntualmente mi tocca ricorrere a quel welfare. Quello di tutta la mia generazione.

Trentenni o quasi che, non avendo uno straccio di garanzia occupazionale e sociale, non potendo godere di aiuto da parte delle istituzioni, si rivolgono all’unica tutela sulla quale davvero si possa contare nel nostro Paese: la famiglia.

Peccato che questo sistema sia destinato ad arrivare molto presto al collasso. Questi genitori, che ora hanno fra i 50 e i 60 anni, fanno parte di una generazione che ha potuto contare su un certo tipo di sistema occupazionale e su diritti consolidati.  Ma ora tutto questo si sta sgretolando alla velocità della luce. Cosa accadrà quando loro diventeranno davvero anziani e noi dovremo assisterli? Oppure cosa succederà quando saremo noi ad avere dei figli? Con quale coraggio diremo loro che, in assenza di uno stato sociale serio, neppure la loro famiglia può più aiutarli, perché lo Stato era voltato dall’altra parte mentre i diritti dei lavoratori venivano rapidamente infranti?

Ora la crisi economica pare completare il quadro. Abbiamo ancora meno potere contrattuale; i giovani fanno la fila per uno stage non retribuito, figurarsi per un lavoro. Gli speculatori – proprio quelli che hanno contribuito a creare la crisi – prosperano, la disuguaglianza sociale cresce. E il governo è troppo impegnato nella gestione delle proprie magagne. Quand’è che si tornerà a capire che lo Stato non può stare a guardare mentre un’intera generazione deve costruire una vita sulle spalle dei propri genitori?

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