Quel giorno le cose non andavano nella direzione giusta. La testa rifuggiva i pensieri articolati, esprimendosi in frammenti e barlumi. Difficilissimo concentrarsi davanti al monitor del computer. Magari sarebbe stato meglio dormire di più. Già, sarebbe stato meno arduo, senza quel po’ di decadenza serale, svegliarsi con un volto fresco al mattino. Ma era inutile pensarci. Occorreva, invece, trovare una soluzione a quello spleen invadente.
La mattina, dopo tutto, era il problema minore. Il vero nemico da combattere era l’abbiocco pomeridiano, spauracchio già pericolosissimo in tempi di quiete.
Aveva mangiato in ufficio. Poi tutti erano usciti prima che se ne accorgesse, e da sola aveva allungato le gambe sulla scrivania e s’era bellamente addormentata. Poi la porta s’era aperta. Ecco, meglio uscire. Godere delle ultime giornate calde e soleggiate, e soprattutto avere uno squarcio di cielo sulla testa.
Si era diretta verso il Parco Sempione, dove aveva iniziato l’ardua ricerca di una panchina libera. La gente sui prati. Ragazzi con i panini e le birrette. Coppie che si rotolavano a terra. Mamme con bambini. Vecchietti. Varietà e molteplicità. Eccola lì la tanto desiderata panchina verde. Si era stesa, la borsa sotto la testa, le gambe sullo schienale. A tratti guardava in alto, a tratti leggeva un racconto. Lassù c’era l’azzurro, ma anche le fronde già corrose di ruggine autunnale. Gli alberi erano alti, belli per la vista e l’udito. Era riposante volgere gli occhi verso uno spazio aperto, colori semplici e immediati, sensazioni di pace. Ah sì. Vera pace quella. Pochi minuti rubati allo scorrere di un’azzardata vita milanese. Poi erano arrivati quei pensieri, di lei al Parco Sempione, dieci anni fa.
Erano due ragazzette in trasferta per concerti. Negli ultimi anni, c’erano stati quegli spostamenti per andare a sentire i grandi gruppi che le appassionavano in quel periodo. Venivano dalla provincia addormentata, Milano era un grande mistero. Quella volta volevano andare al Sempione, mancavano tante ore al concerto e volevano aggirarsi alla ricerca di fumello. Perché in quegli anni il fumello era il complemento necessario alla musica e all’avventura, e allora bisognava cercarlo anche in quel di Milano. Non si sa come ma erano arrivate al Parco ed erano entrate ed avevano visto, con il radar di chi guarda per trovare, un tizio che si faceva una canna. Erano andate a parlare con tale individuo, che teneva il fumello nelle scarpe. La cosa non era troppo invitante visto l’aspetto delle scarpe, ma tutto sommato non importava, no? Intanto avevano fumato assieme, e poi gli avevano domandato se potevano averne un po’, di quella sostanza magica. Ma lui no, non gliel’avrebbe data. Tutt’al più si poteva invece andare a casa sua e al sicuro fumarsi qualche altro joint assieme. Mah! Loro non ci avevano pensato due volte.
Avevano preso un qualsiasi tram, Sempione già lasciato alle spalle. Ma il tram! Era pienissimo, e scomodo, e loro faticavano a stare in piedi lì dentro! Era passato anche davanti al Duomo, il tram. Giusto il tempo di uno sguardo fugace e anche quello era sparito, e si dirigevano da qualche parte in quella città sconosciuta e, a detta di tutti, pericolosissima. Ecco, erano arrivati. Era una zona di palazzoni – quelli grigi e brutti che in effetti spesso vengono associati a Milano. Loro erano salite a casa di questo tizio, che a ben guardare era proprio vestito stranamente. Ed anche la casa non è che fosse proprio rassicurante, c’era come un senso di deviazione percepibile nelle foto attaccate ai muri e nella sua risata nervosa e ferina mentre mostrava loro la propria stanza. Boh. Intanto, si poteva fumare un altro po’ e anche bevicchiare. Poi, dovevano andare in bagno. Solo che mentre lei con cautela e precauzioni volte a non prendere qualche non specificata malattia faceva pipì, di là stava succedendo qualcosa. Era tornata nel cucinotto e la sua amica aveva le pupille dilatate e gli occhi grandi. Insomma, pareva che il tizio non fosse proprio così amichevole. Aveva cercato di toccarla, si era avvicinato. La situazione non era delle migliori, ma come sempre nelle storie degne di questo nome, dalla Grecia antica ad oggi, era arrivato il fatidico deus ex machina. Sotto le sembianze di un operatore sociale, attonito nel vederle lì. Le aveva insultate, quasi. Cosa fate qui? Siete pazze? Ora vi porto subito via…Sulla macchina con quest’altro sconosciuto, era rimasto loro il dubbio di quale guaio avrebbero potuto passare in assenza di tanta buona sorte. Erano andate al concerto, si erano spaccate di musica e vino a poco prezzo, poi erano andate a dormire in Stazione Garibaldi fino al primo treno del mattino. Era una vita basata solo sulla fortuna, e la fortuna non le avrebbe certo abbandonate per così poco.
E adesso era ora di tornare in ufficio, che per fortuna era proprio vicino. Sulla panchina si era rilassata, aveva pensato, aveva guardato il cielo e letto un buon libro. Tutto in un quarto d’ora. Uscire dal Parco, ritornare nel rumore e nello smog, dirigersi a passo risoluto perso il lavoro. Dieci anni erano passati ed erano accadute le cose più imprevedibili, prima fra tutte quella di vivere in quella città che prima d’ora aveva visto solo poche volte per la tanto amata Musica.
Si era guardata nella vetrina.
Dentro c’erano ancora i residui di irresponsabilità, anarchia e smodato amore dell’attimo. Fuori c’era la maglietta con Sid & Nancy ereditata da una coinquilina dei tempi andati, i pantaloni larghi e stropicciati comprati al mercato, le scarpe della Vans. Non si poteva non sorridere. Il Sempione dieci anni fa, lei dieci anni fa, tutto differente eppure innegabilmente correlato e riconoscibile. Aveva pensato all’ironia, a come la si possa vedere ovunque. Se esisteva un Grande Architetto, era indubbiamente un gran burlone.
Una volta ho sentito che chi scrive non riesce ad inventare poi molto, chi scrive è sempre attaccato ad esperienze che conosce. Un bel racconto di come uno stesso luogo possa assumere significati diversi nel corso del tempo.
Beh, non so se si possa generalizzare, ma di sicuro per me è così. Anche le volte in cui ho scritto di cose molto lontane dalla mia realtà personale, partivo da sensazioni ed impressioni totalmente mie. Grazie mille per il commento e l’apprezzamento