Ero in macchina con la musica alta, cantando a squarciagola. Andavo a prendere F., un caro amico che aveva quasi quattro decadi più di me. Visto che era fine mese, e che ci troviamo in Italia, nessuno dei due era provvisto di denaro. Ci eravamo allora autoinvitati da E., un altro appartenente alla combriccola dei tempi andati, che si situava anagraficamente a metà fra noi due.
Sembrava un trio improbabile, eppure sapevo che mi sarei divertita. Non ci occorreva uscire in posti frequentati da gente ben vestita, era sufficiente sederci su un divano e passare qualche ora a parlare e scherzare in buona compagnia.
Arrivai sotto casa di F. – un condominio di case popolari, che immagino presto saranno retaggio del passato – quando il cielo già imbruniva. Si era alla fine dell’estate, e le giornate si stavano progressivamente accorciando. Avrei dato di tutto perché quello stato di grazia non finisse, ma nell’ingiallire delle foglie già si respirava l’approssimarsi dell’autunno…
F. scese quasi subito, entrò nella mia scassata vettura e mi intimò di partire. Vedevo la sua compagna avvicinarsi, esitai un attimo ed ecco che era già troppo tardi. Il suo sguardo avrebbe dovuto subito mettermi in allarme, ma non fui abbastanza reattiva. Non mi erano mai capitate cose del genere, così guardai attonita mentre apriva la portiera e mi apostrofava:
Ti sembra bello venirlo a prendere così sotto casa e portarlo chissà dove?
Andiamo da E. – risposi, non sapendo che altro dire – una serata tranquilla, a fare due chiacchiere -
Non ci credo, chi vuoi prendere in giro? -
La faccenda stava facendosi fastidiosa, con lei che si sporgeva sempre più nell’abitacolo, ma F. la spinse via e chiuse la portiera. Questa volta non mi feci pregare e partii, mentre F. alzava il dito medio a mo’ di saluto contro l’infelice concubina.
Nel corso del tragitto, che si snodava in mezzo a deprimenti aree suburbane e mefistofelici impianti industriali – lamiera, accaiaio, luci sempre accese ad avvelenare la notte - la donna chiamò all’incirca 10 volte. Era indignata ma, soprattutto, ubriaca. Secondo lei io ero una delle tante “puttane musulmane” che concupivano il suo uomo ed era perfettamente inutile cercare di convincerla del contrario. Per questo motivo, diplomaticamente, F. rispondeva ad ogni sua chiamata con un laconico “vaffanculo”.
Dopo una decina di minuti di tragitto – l’area produttiva ingentilita dai riflessi del sole calante sui canali, rimembranza di un passato in cui tutto il territorio non era altro che palude - arrivammo a casa di E. In capo a pochi istanti eravamo comodamente seduti, un bicchiere di vino in mano, a disquisire sulle intemperanze della compagna di F. e su altre bizzarrie della vita.
Ci conoscevamo tutti da diversi anni. All’epoca del mio incontro con F., ero una stolta ragazzina che ancora frequentava il liceo. Mi consideravo diversa, meno addomesticabile della media, ed ero alla costante ricerca di nuovi incontri ed esperienze.
Lui mi apparve immediatamente come un personaggio degno di nota e rapidamente la nostra amicizia si consolidò, cementata dal comune amore per il buon vino, le conversazioni a 360° e le droghe leggere. Lui viveva nelle valli, in uno spettacolare capanno su un’isoletta, per raggiungere il quale era necessario compiere una breve traversata su una barchetta. L’acqua della pialassa era poco invitante, e l’idea di caderci dentro era sempre stata un incubo per me. Poi effettivamente avvenne, e a quel punto non si poté che riderci sopra.
Attorno a F. ruotava tutta una congrega di improbabili individui, tutti ai margini della società, la maggior parte dei quali aveva trovato rifugio nel mondo parallelo delle valli. Ero affascinata da questa varietà, lontana anni luce dall’omogeneità della borghesia che frequentava il liceo.
Quasi nessuno, però, era interessante quanto F. Nonostante la grande differenza di età, era una delle poche persone con cui potessi parlare per ore, passando da argomenti seri a stupidaggini, senza che la noia si affacciasse a chiedere il suo tributo.
Fu poi tramite F. che conobbi anche E. L’incontro avvenne in concomitanza di una transazione commerciale: F. avrebbe ceduto la sua abitazione ad E. per trasferirsi sulla terra ferma, in un altro capanno più grande. Luogo che divenne sede di epiche grigliate e feste e sballo generalizzato. Gli anni passavano, e per quanto iniziando l’Università io diventassi sempre più migrante, trasferendomi da un posto all’altro, continuai a mantenere i contatti con loro. Ormai li conoscevo quasi da un decennio, e la cosa non cessava di stupirmi. Così tanto tempo, una miriade di cambiamenti. F. aveva avuto dei problemi di salute, E. dei problemi legali, e tutti e due avevano dovuto compiere dei passi necessari. Ora F. viveva nel palazzone di case popolari e aveva praticamente smesso di lavorare. Nel suo infimo appartamento, composto in realtà da una sola stanza ed un grande bagno, non si potevano certo organizzare le grandi cene di un tempo. E d’altronde non avrebbe più potuto mangiare, bere e fumare con la disinvoltura di qualche anno prima. Anche E. si era trasferito in un più rispettabile appartamento dove poteva ospitare tranquillamente suo figlio senza farsi accusare di essere un padre snaturato. Una leggera spruzzata di normalità pareva aver investito tutti noi, eppure sapevamo che in fondo eravamo rimasti immutati. Lontani dai desideri dei più, dalle preoccupazioni dei più, e desiderosi di continuare a incontrarci e a passare tranquille e pacifiche serate insieme.
D’altra parte, nei tempi in cui si viveva, era più che mai necessario mimetizzarsi, non far notare che il lavaggio del cervello mediatico non aveva ancora allungato le sue spire su di noi.
Mentre le libertà si restringevano, il discorso pubblico si velava di nuove sfumature di ottusità, le fabbriche spandevano veleni più che mai certe della propria impunità, le valli venivano sgombrate per dare luogo ad un’ennesima ed inutile colata di cemento, noi tre, piccola isola di un nascosto arcipelago, resistevamo.
Esistevano altre isole, altri arcipelaghi, una comunità nascosta di idee e di interessi, forse quieta, ma non sopita. Le serate con la vecchia guardia, le riunioni con chi voleva cambiare il mondo, i pomeriggi ad informarsi, erano altrettanti atti di battaglia contro un potere sempre più pervasivo.
Di questo pareva però disinteressarsi completamente la concubina di F., che aveva continuato ad interrompere le nostre conversazioni con telefonate sempre più deliranti. E. aveva preso l’iniziativa e l’intratteneva telefonicamente, dandole ragione e istigandola ulteriormente verso quello che veniva affettuosamente chiamato “il nonno”. Il quale, ascoltando dal vivavoce, pareva assistere al progressivo deterioramento della comunicazione – la donna, sempre più ubriaca, minacciava ormai di buttarlo fuori dalla sua stessa casa – con suprema nonchalance.
Il tempo passò, si riuscì persino, fra un joint, una telefonata ed un caffé caldo, a guardare qualche foto. Poi fu il rientro, dapprima in città a riportare F. fra le grinfie della megera, poi lungo strade vuote e periferiche verso casa mia. Il fumo aveva sortito il suo effetto e mi pareva che le distanze si fossero dilatate a dismisura, al punto che quando finalmente parcheggiai tirai un sospiro di sollievo.
Il giorno dopo sarei tornata nella città dove studiavo, lontana dalle valli e da chi un tempo le abitava. Non sapevo fra quanto li avrei rivisti e quale sarebbe stato, ancora una volta, il tributo che ciascuno di noi avrebbe pagato al tempo. Ma ero sicura che, come sempre, assieme a loro mi sarei sentita in quel mondo nascosto e confortevole nel suo isolamento.