Erano anni che si poneva questioni pressoché irrisolvibili. Del tipo: la normalità e la felicità sono nemiche dell’Arte?
Tutto questo in realtà risaliva agli albori della sua esistenza. Datele una penna, una matita, una risma di fogli e saprà passarsi la giornata in perfetta solitudine. Datele anche qualche libro e della musica – possibilmente triste e decadente – e i giorni potranno diventare anche settimane. Resta il fatto che non è vita, non è felicità, non è normalità. Quella dicotomia fra genio e realizzazione sociale, esisteva solo nella sua fantasia o aveva invece salde radici nella realtà?
Una canzone francese diceva: non, je ne suis jamais seul, avec ma solitude. Per lei era stato lo stesso. La solitudine era una compagna fedele di cui era difficile stancarsi. Perché nel suo regno il tempo si dilatava e così anche la fantasia. Anzi, le fantasie. Quelle sfrenate, senza capo né coda né logica. Il regno dell’immaginazione al potere, il regno dell’infanzia abbandonata a sé stessa. Abbandonata fino a un certo punto, ché certo mai erano mancati punti di riferimento. Ma di tempo ce n’era tanto, altroché se ce n’era. Aveva quella qualità magica che in età adulta si perde drammaticamente. Insomma, passavano questi pomeriggi di quiete e creazione. Dove si poteva essere chiunque e fare qualsiasi cosa. Gli anni erano passati, la solitudine era rimasta. Anzi, da amichevole compagna, s’era fatta despota.
A quel punto, tutto diventava più difficile. Era una sorta di gabbia dalla quale era così difficile uscire. Gli altri erano spauracchio da evitare, tutto esisteva solo dentro la propria mente. I mondi immaginari erano quasi riusciti a sostituire quelli reali. Se, infatti, dell’immaginazione aveva piena padronanza – con quale abilità si destreggiava fra astrusi personaggi, scritti e disegnati e vissuti quasi come fossero veri – la realtà era molto più complessa, pressoché incomprensibile. E lei, sarebbe stata adeguata? Lei che si domandava quali fossero le norme e perché le fossero così terribilmente ignote?
Ne era uscita con un prepotente scatto di reni. Basta con tutto. Basta con l’arrendevolezza. Basta con gli ottimi risultati. Basta con gli sciatti vestiti scelti dai genitori. Basta con l’accondiscendenza. E basta con le buona maniere. Ché s’era in piena crisi adolescenziale, kazzo. Allora adottiamo una filosofia anarchica e nichilista con strani sprazzi di peace & love sessantottino, condiamo il tutto con ideali sociali e maglioni grossi presi dagli armadi dei genitori, e siamo pronti. Facciamo della Diversità il nostro stile di vita, critichiamo e disprezziamo tutto – non diciamo che in realtà la prima cosa che disprezziamo siamo noi stessi. No, no, è il Mondo che fa schifo, mica noi. E comunque l’Arte ha grande giovamento dai pomeriggi opachi e sballati, dai momenti di depressione e sfascio, dalla socialità incompiuta – perché basata su quelle false basi, su quel sé costruito. Insomma in quegli anni si scrive eccome, si disegna eccome, si suona e ci si immerge in queste atmosfere di creatività autosufficiente, autarchica. Escono anche buone cose, qualche riconoscimento a livello nazionale con un posizionamento al Premio Pirandello, e poi basta.
E poi basta, perché arriva l’Amore. Ma occorre che lo dica? Quando si è innamorati mica si perde tempo a scrivere e a elucubrare, signore e signori. Eh no, le priorità sono altre. A dire il vero, la priorità diventa solo una e ha il nome della persona amata. Tutto il resto potrebbe anche finire qui e ora, per quel che ci interessa. E’ l’ebbrezza totale. Quella che ti fa dimenticare il mondo, ti fa dimenticare il malessere. Invece, passi giorni interi a scoprire il corpo e l’anima della persona amata, a divertirti assieme – basta uscire per strada col sorriso stampato sulle labbra, essere innamorato a 17 anni è quanto di più meraviglioso possa esistere. Ti dà la possibilità di danzare, di cantare, di gridare al mondo la tua gioia. Tutti ti perdoneranno, poiché è il tuo primo amore. E tu non avrai mai paura di essere ridicolo, ché tali preoccupazioni non appartengono a quel momento della vita.
Insomma, per farla breve, per lei felicità e impulsi artistici andavano in opposte direzioni. Casomai scriveva deliri amorosi, si stupiva di poter provare tanta gioia, e poi scappava a godersela. I quaderni restavano pressoché vuoti, abbandonata la chitarra dei giorni bui, accantonate le matite dei biechi ritratti, tutto questo non importa più. Perché non c’è più quel fottutissimo Vuoto da colmare. Anzi tutto sembra traboccare a ondate, meravigliose e incontrollabili.
Tornarono poi i tempi bui. In quei momenti maledetti i vecchi e spessi diari venivano riesumati e riletti con grande attenzione. Si riscopriva la decadenza fisica e morale. C’erano l’iperattività e l’alcolismo, oltre alla necessità compulsiva di circondarsi di altre persone. Ah, e poi non si dormiva e si mangiava anche poco. Il corpo era cambiato. Osservava nello specchio le ossa sbucare timide dal bacino, laddove c’era sempre stata la sua morbida pancina. Comprava tutti i giorni birre Moretti al supermercato sotto casa, si aggirava per una Bologna prima addormentata e nebbiosa, poi gioiosamente primaverile. Si infilava a feste di gente semisconosciuta e, fra una danza di Capossela e un bicchiere di vino, immergeva i suoi occhi in quelli di esimi sconosciuti. Ma soprattutto era tornata a scrivere e disegnare e vagare con fogli e penne e quaderni in tasca. Era quello il vero Segno dell’inquietudine.
Sono passati oltre quattro anni dai quei momenti, anni che valgono come secoli. In quel lasso di tempo c’è stato di tutto: prima la riscoperta dell’amore, poi la riscoperta di sé, le prove e il superamento di quelle prove e il timore che una spessa corazza la separasse dal mondo. Quella corazza, di fatto, non esiste. Anzi, gioie e dolori, suoi e altrui, sono ancora capaci di trafiggerla al cuore come arpioni. Sente le onde di Bene e Male, alterna euforia e rassegnazione, quiete e tempesta, in un fluire inconsulto e incontrollabile. Ma è la vita, gente. Continua a chiedersi se e come l’Arte abbia a che fare con la Vita e con la Follia e con la decadenza e la solitudine. Vorrebbe scrivere di più, molto di più, ma sa anche di preferire una serata in compagnia a tutto il resto. Detto questo, ci sono momenti in cui il conforto della parola scritta vale quasi come un abbraccio e una carezza. In momenti così, è lieta di potersi abbandonare alla Follia e di poter confidare nella compagnia della solitudine. Non, je ne suis jamais seule, avec ma solitude.