Pocket Revolution's Blog

Piccole Rivoluzioni Tascabili per sognatori e ribelli

Insensato nel silenzio del villaggio ancora addormentato

All’alba il telefono aveva suonato. Un trillo piuttosto breve, insensato nel silenzio del villaggio ancora addormentato.
Lei, invece, era in dormiveglia. Di tanto in tanto riaffiorava alla coscienza per bere un poco d’acqua, cercando di sedare il malessere alcolico.
Aveva creduto di poter bere impunemente, ma il suo stomaco non aveva apprezzato il mix di vino, sambuca e vodka.
Era tornata alle 3 di notte e non era riuscita a dormire subito, i pensieri in subbuglio come lo erano da quando era tornata. Ormai due settimane di inquietudine, dubbi, irrequietezza.
Ed ecco, quello squillo, forse un segnale da quell’altro universo?
Iniziava a vedere tutto sotto una patina di onirica irrealtà. Lei era stata lì, certamente, ma era un mondo parallelo ed ora la porta per accedervi si era chiusa. Oppure no?
Lo squillo sembrava riaprire tutto un recondito regno di possibilità. Lui stava ancora pensando a lei, nel suo letto solitario? Lo immaginava tornare a casa con la sua auto, aprire il cancello, parcheggiare e salire le due rampe di scale fino al suo appartamento. Svestirsi piegando ordinatamente i vestiti puzzolenti di fumo, lavarsi via quell’odore sgradevole di dosso…
Una rapida occhiata al computer sempre acceso, in attesa di messaggi. La mano che automaticamente cerca il telecomando, accende la televisione per stemperare la solitudine. Poi, steso nel grande e comodo letto, il vuoto al suo fianco, pensa forse alla notte in cui c’era stata lei, a come nonostante tutto siano rimasti vicini, i corpi in costante contatto.
Tutto era nato qualche tempo prima, in una di quelle serate in cui lei tentava di non sentirsi completamente fuori luogo. Non aveva vestiti adatti, non conosceva il codice di comportamento. La soluzione era bere, e sorridere, e ballicchiare al suono di quella musica facendo finta che andasse tutto bene. Quel giorno era addirittura andata in spedizione alla medina per comprare un vestitino nero con gli strass. Portava scarpe col tacco, era truccata, un’imitazione piuttosto ben riuscita della gente che aveva attorno.
Lui lo conosceva praticamente dall’inizio. Era sempre stato divertente, balordo e stuzzicante, ma non si era mai indirizzato a lei in particolare. Quella sera, invece, iniziò deliberatamente a provocarla nel meno discreto dei modi. Al punto che ne provò fastidio, si sentiva un oggetto da toccare, da soppesare…
Poi però la notte, a casa, non poté fare a meno di ripensare a quello che era accaduto e a provare una sorda eccitazione. Cercò di reprimerla, sentendosi colpevolmente debole e stupida. Per un lasso di tempo piuttosto lungo lei e la sua amica non lo chiamarono e, se lo faceva lui, declinarono i suoi inviti.
A un certo punto però avevano ricominciato a frequentarlo e tutto era andato inspiegabilmente in una direzione inaspettata.
Il problema era quello, il gusto della novità e del proibito. Due cose a cui lei non poteva resistere.
Da quando era tornata a casa, aveva riflettuto molto su questo aspetto. A come aveva adorato, negli anni dell’adolescenza, provare con intensità le sue Prime Volte. E a come fosse già cosciente che si trattava di un momento irripetibile. La prima sera in discoteca, il primo bacio, il primo Ferragosto in spiaggia, la prima sigaretta, la prima sbronza, la prima infrazione al codice familiare, il primo brutto voto a scuola, la prima delusione d’amore e d’amicizia…si poteva andare avanti a lungo, ma non all’infinito. Non se si intendeva condurre una vita sensata, partendo dalle sue condizioni. Invece aveva accantonato il buon senso ed era andata alla ricerca di altre Prime Volte, magari disposte in maniera obliqua rispetto al suo percorso.
Così ora c’era la voglia di provare, ancora una volta, una sensazione mai sperimentata. Tradire, sbagliare sapendo di farlo.
Non riusciva ad opporsi, in realtà era più giusto dire che non voleva.
Da quando aveva iniziato a corteggiarla assiduamente, le parole di lui le riecheggiavano in testa, togliendole il sonno e riempendo le sue notti di pensieri malsani. Era inevitabile che, alla fine, accadesse.
Quella notte – o forse era meglio dire mattino, perché si trattava dell’ora che precede l’alba – lui l’aveva condotta a casa sua. Seduta al suo fianco in macchina, la mano di lui sulla sua coscia scoperta, non pensava a niente, non prefigurava alcunché. Si sentiva anestetizzata, in un certo qual senso. Erano arrivati. Lui aveva aperto il cancello, parcheggiato la macchina, avevano salito le due rampe di scale fino al suo appartamento. Entrare nella casa di qualcuno è sempre un’esperienza interessante. Qui c’erano ordine, pulizia, gusto del bello. Lui si era tolto la camicia, aveva acceso il televisore e l’aria condizionata, controllato il computer sempre connesso al web per vedere se c’erano messaggi. Lei non sapeva troppo bene che fare, aveva allora iniziato a slacciarsi le scarpe col tacco, sfilarsi il vestitino avuto in presito per l’occasione. Fino a quel momento tutto era calmo, quasi opaco. Non le sembrava neppure di essere lì per congiungere il suo corpo a quello di lui. Poi si erano avvicinati, ed era stata investita dalla consueta onda di eccitazione. Il potere di lui era ogni volta inaspettatamente grande, incontrollabile. Presto si era trovata a fare ciò che mai avrebbe pensato di poter fare. E quando finì, ancora non provò niente di strano. Né disgusto per sé stessa, né senso di colpa. Si sentiva bene, in quel grande e comodo letto con fresche lenzuola nere. Mentre lui si lavava, il televisore trasmetteva un documentario sulle formiche carnivore.
Era tornato, ed era arrivato quello che meno si aspettava: la tenerezza. Le aveva chiesto di stare fra le sue braccia, e si era stupita di quanto si trovasse bene lì. Era fresco e profumato ed i loro corpi si incastravano agevolmente ed armoniosamente. Lo aveva ascoltato parlare a lungo della sua vita, restando sempre nel protettivo incavo del suo abbraccio. Poi – non aveva idea di che ora potesse essere, ormai – si erano messi a dormire. Quella notte di 3 settimane prima, l’aveva passata in dormiveglia come quella che si era bruscamente conclusa al suono del telefono.
Dunque, era lui? Stava pensando a lei? A come, durante quelle ore trascorse nel letto, avessero bisogno l’uno dell’altra? Se uno si allontanava, l’altro lo raggiungeva col contatto di un braccio, una gamba, un piede. A un certo punto, erano natiche contro natiche. O forse stava pensando a come si fossero ridestati contemporaneamente e, senza bisogno di parlare, avessero ricongiunto i loro corpi con violenza?
Non lo poteva sapere, ma almeno conosceva il suo contesto, le linee portanti di una vita solitaria.
Lui, al contrario, non aveva alcun elemento sul quale plasmare un’immagine di lei nel suo paese.
Come poteva figurarsela lì, nel letto con la testata di ferro battuto, nella camera a casa dei genitori, stipata di libri e vestiti e ricordi tanto da risultare intollerabilmente opprimente?
No, doveva attingere ai pochi ricordi a disposizione. Dell’ultima sera, in cui nel breve arco del loro incontro non erano riusciti a saziarsi…delle poche altre occasioni in cui lei, dopo una breve lotta, si era abbandonata a baci e carezze.
Così ora lui era a casa, e mentre cercava di addormentarsi, con la televisione accesa, il pensiero era andato alla persona con cui aveva solo una volta condiviso l’intimità di quel confortevole giaciglio, che lo aveva ascoltato parlare come se si trattasse della trama di un romanzo.
A ben pensarci, anche ciò che era stato fra loro, non assumeva forse le tinte attenuate di un breve racconto? Ma la fine, era scritta o no?
Il trillo del telefono, insensato nel silenzio del villaggio ancora addormentato, sembrava voler allontare ancora di qualche tempo la definitiva separazione dei loro mondi distanti.

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