Accarezzata dall’architettura amica dei pini marittimi,
ben vengano loro e gli aghi verdi che li decorano.
Ben venga il profilo delle colline e la luce che si oscura
in questo solstizio d’inverno
dove come un bacchetto portato dalla corrente
me ne torno a casa.
Intanto ascolto canzoni senza sogni
e senza fissa dimora
come quest’epoca
di continui soprusi al buon senso.
C’è anche chi fuori dal treno guarda
con sembianze di fantasma
domandandosi se non ha fatto in tempo a salire
o se non l’abbiamo fatto entrare:
dove finisce la colpa e dove inizia
la finzione di una pretesa uguaglianza?
I pensieri fanno la loro strada,
quasi contro di me, salendo su correnti di emozioni
neppure evocate, come il senso di vuoto
per la morte
che inatteso può colpirmi in qualsiasi momento.
Oggi nel bel mezzo di un volo, riprendere coscienza
aprire gli occhi e pensare:
tanto morirò.
E poi di nuovo dormire.
I pensieri fanno la loro strada,
quasi contro di me. Incrociare persone
negli aeroporti e nelle stazioni;
essere a casa ovunque,
non significa perdere il proprio posto al mondo?
L’ombra nera della contingenza che allunga
le sue spire, e intanto, pensi
a quante poche persone puoi parlare
in questo mondo.
Gli appelli al senso della vita
lanciati in fetide discoteche
sono tanto diversi da una brillante conversazione
in un ristorante di lusso?
Richieste d’aiuti mascherate da tracotanza,
tracotanza mascherata d’umiltà.
Questo è ciò che ci tocca in sorte
nell’ennesimo stoltizio d’inferno.