Noi siamo precari, quasi tutti. Non necessariamente e non soltanto per un contratto di lavoro. Siamo precari perché siamo cresciuti credendo che la vita ci avrebbe offerto infinite possibilità. A volte è così e a volte no. Ma in ogni caso, questa difficoltà a mettere radici rimane ed è oggettiva.
Possiamo avere un lavoro che ci piace, il famoso posto fisso, e non essere comunque contenti. Perché magari avremmo potuto fare di più, essere qualcosa di diverso, interpretare un altro ruolo. Siamo sempre con un piede qui e uno nell’Altrove. Allora cominciamo a chiederci cosa ci impedisce di cambiare tutto, di dare una fatidica svolta, di andare all’estero o di traslocare in un’altra città.
Se invece non siamo così fortunati, la precarietà lavorativa diventa lo stigma che non permette di progettare un futuro. La spada di Damocle che ti fa ricorrere a mamma e papà quando serve una firma di garanzia, una visita specialistica dal dottore, l’assicurazione della macchina. Crearsi una stabilità partendo da questi presupposti è difficile, se non impossibile.
Siamo precari anche perché pensiamo prima di tutto a noi stessi. Ognuno – o quasi – è diventato per sé il centro del mondo. Ed ecco che assecondiamo ogni nostra idea, ogni opportunità che si presenti, pronti in pochi giorni a fare le valigie e cambiare mondo.
Siamo precari nei nostri incontri e nelle nostre amicizie. Legami si creano e si distruggono nello spazio di pochi giorni. Ci aggrappiamo a un pugno di amicizie preziose e durature, impauriti che possano essere anch’esse inghiottite dal vortice in cui ci troviamo a vivere. Spesso ci ritroviamo nel mezzo di relazioni che temiamo già si possano interrompere. C’è sempre di mezzo una partenza, un cambiamento, qualcosa che dà un sapore instabile anche a questo.
Se tutto questo ci rafforzerà o meno, lo dobbiamo ancora scoprire. Intanto siamo la generazione più viaggiatrice e confusa mai apparsa finora, ancora alla ricerca del nostro angolino sulla terra. E se prolungassimo la ricerca anche per la paura di scoprire che quella famosa stabilità finirebbe con l’annoiarci a morte?