A volte capitava di svegliarsi, guardarsi allo specchio ancora rintronati, e dire: cazzo, il tempo passa.
Quelle occhiaie e quei segni ai lati della bocca, sono un dono della notte trascorsa o un dato di fatto con cui fare i conti giorno dopo giorno?
Altre volte era sera, il momento migliore. Di sera si era ben svegli, l’occhio lucido, i vestiti abbinati nel modo giusto. Ci si trovava in qualche locale, a un concerto, e si aveva l’illusione di far parte di qualcosa. Un gruppo di altre persone come te, che si divertono ascoltando bella musica, sorseggiando una birra o un cocktail, parlando con arguzia di qualcosa che in fondo non importa. Quello che conta però è discorrerne nel modo giusto, mostrando di saperne, di essere al corrente. Se non sei “connesso” sei fuori. Ti connetti su Facebook, ti connetti tramite il cellulare, senza neppure rendertene conto dai uno sguardo alle vite degli altri. Del resto le chiavi te le hanno date proprio loro, gli altri. E tu le hai date a loro. E questo mostrare parti di sé vorrebbe dire: dammi un po’ della tua attenzione, ne vale la pena. Ma poiché tutti sono impegnati a far credere questo, alla fine tutto è un gioco di rimandi fin troppo ovvi.
Comunque bisogna esserci, sapere come stanno girando le cose. L’ultima tendenza, l’ultimo evento, l’ultimo gruppo musicale, sono tutti argomenti che vanno padroneggiati nella migliore maniera possibile. Dallo stream of consciosness siamo passati allo stream of information, sono talmente tante che ci sommergono, quasi mai abbiamo il tempo di interpretarle. E la coscienza, lei, riappare a tratti nel delirio per dire che ancora c’è, che potremmo dopo tutto utilizzarla.
Ma la coscienza, si sa, è una scomoda amica. Potrebbe dirci cose che già sappiamo ma che non vogliamo sentirci ricordare. Come il fatto che magari non siamo bambocci, come qualcuno ha detto, ma viviamo in uno stato di sospensione e di irresponsabilità che si protrae quasi all’infinito. E la colpa di cosa, di chi è? Come molto spesso accade, le colpe sono condivise. Abbiamo avuto tutto quello che gli altri neppure sognavano. Abbiamo imparato a pensare che bastasse desiderare qualcosa per ottenerla. Ci hanno detto che eravamo speciali e ci abbiamo creduto. Ci hanno seguiti, coccolati, sgridati e poi mandati a studiare nelle Università, nel momento in cui ancora si poteva pensare e gestire il proprio tempo e abbandonarsi a modi di vita un po’ anarcoidi. Siamo la generazione di mezzo, cresciuta mentre l’Italia popolare e proletaria si trasformava, diventava quel luogo di rampanti ambizioni e grandi sogni disattesi al quale ormai ci siamo assuefatti.