Elogio della solitudine

Pubblicato ilagosto 27, 2011

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La solitudine può essere una scelta. Non una condanna, non una condizione permanente, non una patologia. Credo che nella nostra società, anzi, manchi proprio questa capacità di isolarsi per ricercare il silenzio, l’introspezione, il ragionamento senza interruzione esterna. Sono tante, tantissime, le persone che ammettono di non sentirsi a proprio agio da sole. Io forse ho il problema opposto. La voglia di star sola a volte sembra prendere il sopravvento nei momenti più inaspettati. So da dove arriva questa caratteristica: da un’infanzia in cui ho passato sì un bel po’ di pomeriggi con gli amici del cortile, ma dove capitava non di rado che trascorressi ore a costruire mondi immaginari, a scrivere, leggere e disegnare, persa nelle infinite possibilità che offre la fantasia. Al confronto, la realtà (per quanto varia) rischia di essere deludente o troppo coercitiva.

E poi, lo dice anche Faber, la solitudine aiuta a prendere contatto con il circostante, quel circostante che non è fatto soltanto da uomini. E’ fatto di tramonti e luce, di fiori e di foglie, di terra rossa e di acqua che scorre. Insomma, qui non si parla di ascetismo, di ritiro dal mondo. Si parla di quei momenti che permettono, al contrario, di ricollegarci a noi stessi e a ciò che ci attornia. Di riconfermare le nostre scelte, oppure, se ce n’è bisogno, di metterle in discussione. Di immergersi nella Bellezza, dentro e fuori di noi, di bagnarci nell’assoluto. Tutto questo va fatto senza interferenze. Il confronto ci sarà dopo, ma non può esistere senza un’elaborazione precedente. Così, da sola in questa casa in penombra, con l’aria che mi accarezza piacevolmente il volto, mi godo la solitudine. Sapendo che rimpiangerò il momento di rituffarmi nel contatto con i miei simili. Perché in fondo non sono mai sola, con la mia (scelta e consapevole) solitudine.

Pubblicato in: myself & I